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1 / 6       Annabel Elgar, Torch, 2006. C-print, 125x103 cm.

Luigi Ghirri, Parigi, 1979. C-Print, 40x28cm 2 / 6       Luigi Ghirri, Parigi, 1979. C-Print, 40x28cm

Thomas Ruff, Portrait, 1984-1985 3 / 6       Thomas Ruff, Portrait, 1984-1985. C-print, 30x38 cm

Un dettaglio dell'allestimento della mostra <em>Dell'infingimento. Quello che noi crediamo di sapere della fotografia 4 / 6       Un dettaglio dell'allestimento della mostra Dell'infingimento. Quello che noi crediamo di sapere della fotografia.

Un dettaglio dell'allestimento della mostra <em>Dell'infingimento. Quello che noi crediamo di sapere della fotografia 5 / 6       Un dettaglio dell'allestimento della mostra Dell'infingimento. Quello che noi crediamo di sapere della fotografia.

Un dettaglio dell'allestimento della mostra <em>Dell'infingimento. Quello che noi crediamo di sapere della fotografia 6 / 6       Un dettaglio dell'allestimento della mostra Dell'infingimento. Quello che noi crediamo di sapere della fotografia.

La fotografia tra realtà e finzione

Visibile fino al 20 luglio 2016, presso il Museo di Arte Contemporanea di Lissone, la mostra Dell’infingimento. Quello che noi crediamo di sapere della fotografia a cura di Elio Grazioli e Alberto Zanchetta. L’esposizione presenta opere della Collezione Malerba di 16 artisti tra i quali molti nomi di livello internazionale come Araki, Fontcuberta, Hilliard, Moffat, Ruff, Struth e l’italiano Ghirri.

Il tema della finzione in fotografia mi è particolarmente caro non solo perché è un ambito che ho praticato come autore, ma anche perché in tempi recenti, nel 2014, ho curato una mostra collettiva di autori italiani, dal titolo Vere finzioni, presso la Galleria Ostrakon di Milano. Scrivevo in quell’occasione, tra l’altro, alcune considerazioni che possono benissimo valere anche per questa mostra al museo di Lissone: «[…] In molti casi, dunque, la messa in scena risulta appena percepibile, tangente, mentre in altri ambiti è dichiarata spudoratamente: si pensi alle fotografie pubblicitarie, di moda o di ricerca artistica in chiave anti-documentaria, surreale e concettuale. Da questo punto di vista negli ultimi decenni la messa in scena in fotografia non solo è stata sempre più praticata ma ha subìto quasi un’accelerazione, dovuta forse al bisogno di non restare indietro in un mondo in cui la realtà diventa appunto sempre più virtuale».

E proprio su queste diverse modalità stilistiche, articolate su diversi registri ‒ da un apparente iperrealismo, al finto realismo, alla messa in scena, alla manipolazione, al surrealismo, alla citazione ‒ si dispiegano le opere dei sedici fotografi presenti in mostra a Lissone. Una ulteriore dimostrazione di quanto rilevato dallo studioso Luca Panaro quando, nel suo saggio Realtà e finzione nell’arte contemporanea (in XXI secolo. Gli spazi e le arti, vol. 4, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, Roma 2010), scrive: «La conoscenza del reale cessa di essere la finalità artistica prioritaria in questi primi anni del Duemila, cedendo il passo alla rappresentazione di situazioni fittizie ma non per questo meno credibili. Il nuovo mondo che viene a crearsi è accuratamente esplorato dagli artisti con l’ambizione di affrontare in profondità le nuove frontiere del reale».

Il fotografo dunque ‒ nelle sue varie declinazioni dove i linguaggi si intersecano e contaminano e che la vulgata definisce in vari modi come fotografo puro, fotografo-artista, artista-fotografo, artista che si serve del procedimento fotografico senza essere un fotografo e così via ‒ in apertura del nuovo millennio prende atto con più determinazione di quanto la fotografia sia un linguaggio trasversale sempre più vicino a certe forme di espressioni artistiche visive e non soltanto legato al concetto di riproduzione quanto più fedele possibile del reale visibile. Questo dato ‒ che pare prediligere appunto una fotografia lontana da quella realistica, dalla tradizione della straight photography ‒ mette in allarme e da diversi anni sta creando un vivace, quanto inutile e superato, dibattito sul ruolo della fotografia, là dove schiere di fotografi, professionisti e appassionati, si stracciano le vesti per questo presunto tradimento nei confronti della fotografia cosiddetta documentaria. Ma quello che stiamo imparando in questi decenni più recenti è appunto il fatto che i linguaggi diventano sempre più contaminati e trasversali e si può riflettere su un determinato argomento attraverso lo strumento fotografico sia che questo sia declinato in forma realistica, sia che esso si serva dell’allusione e della costruzione concettuale.

E forse, lo spettatore del Museo di Lissone ‒ probabilmente in parte un fruitore generico, non necessariamente specializzato ‒ questo problema non se lo porrà neppure: avrà semplicemente visto una mostra d’arte con fotografie un po’ strane. [ Pio Tarantini ]

Dell'infingimento. Quello che noi crediamo di sapere della fotografia
MAC – Museo d’Arte Contemporanea (Livello 1), viale Padania, 6 - Lissone (MB)
14 maggio – 20 luglio 2016

orario: mercoledì e venerdì, ore 10,00 - 13,00 | giovedì, ore 16,00 - 23,00 | sabato e domenica, ore 10,00 - 12,00 e 15,00 - 19,00 | chiuso lunedì e martedì
ingresso: -
info: 039 7397368 – 039 2145174
museo@comune.lissone.mb.it
www.comune.lissone.mb.it


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[ RISORSE INTERNE ]
◉ [ mostre ] Cosa sappiamo della fotografia?

[ RISORSE ESTERNE ]
Collezione Malerba
MAC – Museo d'Arte Contemporanea di Lissone

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pubblicato in data 01-07-2016 in NOTIZIE / FPART

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