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Autore sconosciut, Vigili del fuoco del Municipio n° 3 dell’Avana, 1895 circa. Autore sconosciut, Vigili del fuoco del Municipio n° 3 dell’Avana, 1895 circa.

Cuba: una storia fotografica

Graziano Bartolini è un fotografo atipico nel panorama italiano, una persona profondamente impregnata di forti valori umani e politici che ha indirizzato la sua attività fotografica a reportage sociali dedicati soprattutto ai Paesi dell’America Latina ai quali si sente particolarmente legato.
Tra questi sicuramente un Paese che lo ha maggiormente attratto è Cuba, con la sua singolare storia politica degli ultimi sessanta anni caratterizzati dal regime castrista. Graziano Bartolini ha sempre guardato con simpatia alle conquiste sociali e popolari del sistema politico cubano pur non rinunciando alla sua capacità critica di vederne e denunciarne ritardi, errori e purtroppo spesso violenze, tipiche di tutti i regimi dove la libertà individuale viene repressa. Uno spirito libero dunque che attualmente vive il suo anelito di libertà tra le colline e i boschi della Romagna, lontano dalle spettacolarizzazioni di una fotografia sociale mediatica dove a volte il personaggio-fotografo prevale sul racconto fotografico.
Lo abbiamo intervistato su un importante progetto di storia della fotografia cubana al quale ha lavorato per molti anni nei suoi numerosi soggiorni nell’isola caraibica.

Samuel A. Cohner, Contadini durante il raccolto delle foglie di tabacco, 1890 circa. Samuel A. Cohner, Contadini durante il raccolto delle foglie di tabacco, 1890 circa.

Pio Tarantini – Tu sei molto legato all’America Latina che frequenti da molti anni non solo come fotografo ma come studioso interessato agli aspetti storici, antropologici e sociali. Suppongo quindi che sia stata proprio questa tua curiosità intellettuale a spingerti a scovare materiali fotografici, approfondire e proporre ad alcuni rappresentanti delle Istituzioni cubane un lavoro di tipo storico sulla fotografia in quell’isola. Puoi raccontare come è nato e si è sviluppato questo progetto?

Graziano Bartolini – È vero. Ho un legame molto forte con l’America Latina, iniziato materialmente 33 anni fa, proprio con il mio primo viaggio, guarda caso a… Cuba. Quando nel novembre del 1997 venni invitato dalla Ambasciata d’Italia all’Avana a esporre una mia personale su Cuba, e la relativa pubblicazione, conobbi il giorno dell’inaugurazione alcuni fotografi famosi, come Alberto Korda e Raúl Corrales, e uno storico della fotografia, il professor Rufino del Valle Valdés. Avevo approfittato di quel viaggio, era il mio quarto viaggio nell’isola, per iniziare un progetto sull’Avana. Volevo realizzare un lavoro sulle architetture della capitale di Cuba, partendo dall’inventiva dei suoi abitanti, dalla loro capacità di adattamento e di inventarsi qualcosa di positivo nella vita quotidiana nonostante le avversità. Ne parlai a Rufino del Valle Valdés qualche giorno dopo e, grazie a lui, ebbi la possibilità di conoscere la vita dei cubani, quella vera, lontana dagli stereotipi e dai percorsi turistici. Furono tre anni intensi, contrassegnati da numerosi viaggi, e che ricordo ancora oggi come una delle mie esperienze più importanti. Nel frattempo, Rufino del Valle Valdés mi volle coinvolgere in un suo progetto, con il quale aveva appena vinto un importante riconoscimento al Ministerio de Cultura de Cuba, con una somma in denaro per poterlo iniziare. Era il progetto destinato a una ricerca sulle origini della fotografia. Insieme decidemmo di elaborarlo ed impostarlo sulla base del suo progetto e di estenderlo, perché la ricerca si realizzasse dalle sue origini nel 1841 fino a oltre un secolo. Preparammo il progetto che presentammo alle autorità cubane che in breve tempo ci fornirono tutti i permessi per potere avere accesso agli archivi fotografici, pubblici e privati, che ritenevamo opportuni. Nacque così, a consolidare una bella amicizia che dura da quasi un quarto di secolo, la nostra collaborazione e il mio coinvolgimento in questa avventura.

Autore sconosciuto, Ritratto in studio a gruppo di signore dell’alta borghesia dell’Avana, 1905 circa. Autore sconosciuto, Ritratto in studio a gruppo di signore dell’alta borghesia dell’Avan, 1905 circa.

Pio Tarantini – Hai incontrato difficoltà di carattere organizzativo ‒ anche tecnico, soprattutto per le immagini antiche ‒ o burocratico nella realizzazione del progetto?

Graziano Bartolini – Se penso oggi alle disavventure passate, di ogni genere, mi viene da ridere, ma ti posso giurare che in quei quattro anni e mezzo, dalla metà del 1999 ai primi mesi del 2004, passai tanti momenti difficili durante i quali la mia resistenza e tenacia nel continuare a lavorare al progetto furono messe a dura prova. Le difficoltà furono diverse e in molti casi si sovrapponevano irrimediabilmente. Già dalle prime prove di riproduzione che feci nell’archivio personale di Rufino del Valle Valdés a casa sua, decidemmo, che la cosa migliore era utilizzare pellicole Agfa APX 25. Pertanto, mi portai dall’Italia tutta l’attrezzatura fotografica. Per le riproduzioni utilizzai sempre un 60mm micro e a volte il 105mm; un polarizzatore, due lampadine flou con relativi bracci snodabili, un trasformatore di corrente, cavi elettrici. Mi ero costruito ‒ utilizzando un vecchio cassetto, luci al neon ed un vetro diffusore ‒ un visore per negativi di grandi dimensioni per riprodurre i negativi su lastra di vetro. Poco altro. Si viaggiava lijeros de equipaje (leggeri di equipaggio). Avevamo una vecchia Lada sovietiva che ci aveva prestato un amico. Ci eravamo preparati bene. I problemi tecnici cercavamo di superarli di volta in volta, ma erano quasi sempre legati alle condizioni, spesso molto precarie delle fotografie, soprattutto quelle che selezionavamo negli archivi privati, ma non solo. Avevamo un documento ufficiale rilasciato dal Ministerio de Cultura de Cuba, firmato direttamente dall’allora Ministro Abel Prieto, nel quale era riportata l’autorizzazione a riprodurre tutto il materiale fotografico che avessimo ritenuto importante per il nostro progetto. Nonostante questo, stranamente il Museo Bacardi di Santiago, ci chiuse la porta in faccia per ben due volte. E per potere entrare, dovemmo aspettare che arrivasse al direttore di questo museo una telefonata di quelle che sicuramente non avrà più dimenticato. E gli appuntamenti in case private, dove in diversi casi il vicino o il dirimpettaio, al nostro arrivo ci avvisava dicendoci: ahorita viene. Ahorita in queste latitudini varia in un segmento di tempo compreso tra mezz'ora a un paio di giorni. In ogni caso si perdevano ore, mezze giornate inutilmente; si sprecavano ore inutili a reperire benzina al mercato nero perché più economica, o alla ricerca di una prolunga per un cavo elettrico a causa di prese elettriche guaste. Dopo qualche tempo, un po’ per scelta, un po’ per necessità, misi da parte la mia fretta, mi adagiai ai ritmi latinoamericani, e mi convinsi che in fondo era giusto così: quello che non avessi fatto in quel giorno, lo avrei fatto più avanti. Funzionò, soprattutto perché concentrai le mie energie sul lavoro. Il rischio principale era comunque sempre legato alla luce, ai tempi di esposizione, a come fotografare immagini vecchie di cento anni così incartapecorite, al fatto che l’analogico non lo potevi vedere nell’immediato, pertanto a volte l’angoscia durava fino a quando tornavo in Italia a sviluppare il materiale. Ci furono giorni molto rari, ma ci furono, nei quali tutto funzionò a meraviglia, e li utilizzammo al meglio sfruttando quell’improvvisa fortuna lavorando dalle 9 del mattino fino alle 16-17 della sera, quasi ininterrottamente. Percorremmo in lungo tutta l’isola in più occasioni, da Baracoa a Pinar del Rio. Venimmo accolti da umili famiglie i cui padri o parenti morti erano stati fotografi, per diletto o per professione. Ci diedero lo spazio a disposizione, e spesso ci fermammo a pranzare con loro dividendoci reciprocamente il cibo. Nei musei e nelle biblioteche pubbliche dove trovammo tanto materiale ci fermammo per diversi giorni, e con i vari direttori che conoscemmo iniziò una corrispondenza che tuttora continua. Nel Museo Agromonte di Camagüey, in quello di Caibarién, al Museo Romantico di Trinidad, nel Museo della Rivoluzione dell’Avana, e in tanti altri trovammo tantissimo materiale, al punto da dovere modificare i nostri programmi per poterli visionare tutti con il tempo che richiedevano. Mi innamorai di questo progetto un poco alla volta, tenendo in mano e riproducendo fotografie a volte vecchie più di un secolo, divenni per molto tempo un topo d’archivio all’ombra di palazzi coloniali, senza sentire il richiamo del sole e dell’allegria tropicale di quest’isola, unica al mondo per diverse ragioni.

Autore sconosciuto, Album di cartoline bianconero dipinte a mano. Biblioteca Nazionale José Martí, 1920 circa. Autore sconosciuto, Album di cartoline bianconero dipinte a mano. Biblioteca Nazionale José Martí, 1920 circa.

Pio Tarantini – Quale è stata la linea, o le linee, di orientamento nella ricerca e nella selezione del materiale? Hai privilegiato alcuni argomenti anziché altri oppure hai selezionato immagini che dessero un’idea a tutto tondo dello sviluppo della fotografia a Cuba dalle origini ai nostri giorni?

Graziano Bartolini Il progetto già dalla sua nascita aveva una sua connotazione ben precisa. Si decise che la ricerca doveva essere indirizzata verso quel segmento storico meno conosciuto ai tanti, e cioè dal giorno in cui si realizzò la prima fotografia a Cuba, fino alla fine del 1958. Quello che a Cuba è accaduto dal 1959 in poi, è largamente documentato e molto conosciuto. Avremmo corso il rischio di produrre qualcosa di già visto e ripetitivo, e per questo la decisione di fermare le nostre ricerche al 31 dicembre del 1958, giorno della fine della dittatura di Fulgencio Batista. In questo modo ci potemmo concentrare come dei veri e propri pionieri in una ricerca che non era mai stata neanche concepita, nonostante che Cuba abbia sempre dato molta importanza alla fotografia. Basti pensare che nell’isola esiste una Fototeca Nazionale molto attiva, come solamente in altri due paesi dell’America Latina: Brasile e Messico. Concentrarci sul periodo storico citato, fu anche importante per raccontare di cosa si occupavano alcuni fotografi divenuti famosi anni dopo, come ad esempio Alberto Korda, autore della fotografia più famosa al mondo. Korda, negli anni ’50, era un fotografo che alternava le fotografie subacquee, con le fotografie di moda e ritratti a modelle, come a Norka, la bellissima modella di Christian Dior, (che poi divenne sua moglie).
Quando iniziammo a definire in modo concreto come avremmo deciso di impostare il lavoro di ricerca, decidemmo di dare la precedenza ad alcune linee guida delle fotografie che avremmo selezionato e riprodotto, pertanto si decise che le eventuali priorità potevano essere queste: valore di documentazione storica; importanza artistico-fotografica; autore della fotografia; stato di conservazione della fotografia/negativo, dagherrotipo/etc.. Per ogni fotografia inoltre realizzammo una scheda di catalogazione, nella quale specificammo: l’archivio di provenienza, età o presunta tale della fotografia, tipo di supporto, nome dell’autore e cosa rappresentava o raffigurava.
Non sono stati privilegiati alcuni argomenti a discapito di altri. Abbiamo riprodotto a 360° tutto quello che abbiamo trovato e che, a nostro giudizio poteva essere importante per dare luce e visibilità alla storia della fotografia a Cuba. Alla fine si realizzarono più di 2.000 riproduzioni, provenienti da un centinaio di archivi pubblici e privati. Occupammo settimane, mesi. In certi momenti, come nel luglio del 2000, chiamai Rufino del Valle Valdés e gli dissi che sarei arrivato a Santiago il giorno dopo. Il mio compagno di avventura in questo progetto prese l’autobus appena in tempo per arrivare con un viaggio dall’Avana di 13 ore, quando io stavo scendendo dall’aereo. Ma riuscii a farmi perdonare grazie ad una proposta di pubblicazione che stavo per realizzare con la De Agostini. Poi accaddero fatti politici abbastanza gravi, e purtroppo non se ne fece nulla nonostante gli accordi che questa casa editrice aveva concretizzato con editori inglesi e messicani, e soprattutto dopo che il menabò del libro era stato presentato alla Fiera del Libro di Francoforte l’anno dopo.

Autore sconosciuto, Ritratto in studio di gruppo di giovani che festeggiano, 1920 circa. Autore sconosciuto, Ritratto in studio di gruppo di giovani che festeggiano, 1920 circa.

Pio Tarantini – E quali sono le fotografie o i temi che hanno attratto maggiormente il tuo interesse?

Graziano Bartolini – Prima di entrare a fare parte di questo progetto, avevo viaggiato per La Isla Grande, altre cinque volte, iniziando undici anni prima, nel 1988. E come sempre riportando a casa libri di storia, di letteratura, dischi e tutti quegli strumenti che potevano essere utili ad accrescere le mie conoscenze. È quello che faccio nel continente latinoamericano, da più di trent’anni. Aver avuto la possibilità di entrare a far parte di questo progetto, prendere in mano e osservare migliaia di fotografie, è stato come dare una forma visiva a tutti quei libri di storia, e non solo, che avevo letto. Occorre tenere presente che quando si iniziarono a realizzare le prime fotografie e Cuba, l’isola primeggiava per tanti aspetti con i più evoluti paesi europei. Nonostante fosse ancora una colonia spagnola, e fu l’ultima ad ottenere l’indipendenza, aveva una rete ferroviaria unica al mondo; le strade dell’Avana erano illuminate quando ancora in Europa, Parigi e Madrid, ad esempio, erano al buio. I teatri proponevano gli spettacoli dei più grandi artisti dell’epoca; per tanti di loro era qualcosa di ambito esibirsi nei teatri della capitale cubana, o di altre città come Matanzas, Cienfuegos e Camagüey. Ovviamente va ricordato che tutta quell’opulenza era riservata a pochissimi, ai ricchi proprietari delle piantagioni di canna da zucchero, mentre la maggioranza della popolazione viveva ancora in schiavitù. In tutta onestà non saprei quali siano le fotografie che più mi hanno colpito, o quali temi. Sicuramente ricordo le serie dei ritratti in studio della ricca borghesia. Poi sono incredibili le immagini delle guerre di indipendenza con le truppe spagnole, i guerriglieri cubani a cavallo, i famosi mambises; quelle panoramiche delle città, ma anche quelle degli anni ’30 e ’40 quando Cuba era la bisca e il bordello degli USA. E poi ancora l’usanza di fotografare i bambini e i neonati morti, prima del loro funerale, un’usanza che penso abbia origini spagnole, le stesse che credo potessero attribuite alla Sicilia. E come non ricordare quelle fotografie in sequenza dei primi del Novecento, che mi hanno fatto ricordare gli esperimenti del fotodinamismo dei fratelli Bragaglia? Ho trovato davvero tanto materiale, che mi ha dato la possibilità di conoscere meglio, da un’altra angolazione, la storia di quest’isola e del suo popolo. In poche parole, un’esperienza unica e meravigliosa.

Autore sconosciuto, dalla serie di nudo artistico. Biblioteca Nazionale José Martí, 1920 circa. Autore sconosciuto, dalla serie di nudo artistico. Biblioteca Nazionale José Martí, 1920 circa.

Pio Tarantini – In che modo pensi che si debba o si possa concretizzare questo progetto?

Graziano Bartolini – Credo che la cosa più bella potrebbe essere vederlo pubblicato. Un giusto riconoscimento dopo la grande delusione che provammo a causa della rinuncia della De Agostini, che in larga misura avvenne per ragioni politiche legate a sanzioni diplomatiche che la Comunità Europea aveva attuato contro Cuba a causa di tre condanne a morte che erano state decretate nell’isola. In questi anni abbiamo continuato a tempi alterni a lavorare sul progetto, ma non ci siamo più attivati per proporlo a qualche casa editrice. Forse oggi, visti i buoni rapporti legati anche al lavoro svolto dai medici cubani in Italia durante la prima ondata di Covid-19, potrebbe essere un buon momento. L’idea iniziale di realizzare l’opera in un paio di volumi, quando a volte ne parliamo, ci rendiamo conto che potrebbe essere riduttiva, ma questa in fondo dovrebbe essere una decisione che dovrebbe prendere un eventuale editore. Si pensa anche a monografie dedicate ad alcuni dei fotografi più importanti, come José Gómez de la Carrera, Ernesto Odio Ocaña, Manuel Martínez Otero. Di quest’ultimo a Caibarién, la sua città, oltre ai resti del suo vecchio studio fotografico, nel Museo Municipale è custodito il suo archivio con qualche migliaio di negativi su lastre di vetro, che avrebbero bisogno di essere catalogate, pulite e sistemate in un locale al riparo della polvere e dell’umidità dei tropici. È l’idea che abbiamo in mente io e il mio compagno di avventura Rufino del Valle Valdés, di adoperarci appena vedremo terminata questa. [ Pio Tarantini ]

Autore sconosciuto, Lungomare dell’Avana. Archivio del Settore della Segreteria Opere Pubbliche, 1940 circa. Autore sconosciuto, Lungomare dell’Avana. Archivio del Settore della Segreteria Opere Pubbliche, 1940 circa.

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◉ [ FPart ] FPart: la rubrica di Pio Tarantini

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pubblicato in data 22-02-2021 in NOTIZIE / FPART

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