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Sarajevo, Bosnia, 18 marzo 1996. L'ultimo giorno dell'assedio. «Per effetto degli accordi Dayton Sarajevo passa sotto il controllo dell'esercito bosniaco. Tutti serbi si ritirano verso la Republica Srpska e danno alle fiamme le loro case affinché non cadano nelle mani di un musulmano. Nella foto un abitante del quartiere di Grbavica, membro di una famiglia mista, cerca di salvare la sua casa dalle fiamme. La stanza da cui escono le lingue di fuoco era quella in cui dormivo. Avevo scelto di vivere con una famiglia mista perché era quella che rappresentava ancora lo spirito della Jugoslavia di Tito». © Livio Senigalliesi. 1 / 6       Sarajevo, Bosnia, 18 marzo 1996. L'ultimo giorno dell'assedio. «Per effetto degli accordi di Dayton Sarajevo passa sotto il controllo dell'esercito bosniaco. Tutti serbi si ritirano verso la Republica Srpska e danno alle fiamme le loro case affinché non cadano nelle mani di un musulmano. Nella foto un abitante del quartiere di Grbavica, membro di una famiglia mista, cerca di salvare la sua casa dalle fiamme. La stanza da cui escono le lingue di fuoco era quella in cui dormivo. Avevo scelto di vivere con una famiglia mista perché era quella che rappresentava ancora lo spirito della Jugoslavia di Tito». © Livio Senigalliesi.

Beslan, Ossezia,Caucaso, 4 settembre 2004. Un anziano abitante di Beslan, nonno di una delle giovani vittime, depone candele tra le macerie della palestra della Scuola 1 dov'è avvenuto il sanguinoso attacco dei guerriglieri ceceni. Nello scontro a fuoco con le le truppe speciali russe morirono 333 civili di cui 198 bambini, 738 furono i feriti e i mutilati. Questa foto venne scattata il giorno dopo la fine dei combattimenti, quando la stampa fu autorizzata a entrare nell'edificio dopo la bonifica degli ordigni inesplosi. © Livio Senigalliesi.2 / 6       Beslan, Ossetia, Caucaso, 4 settembre 2004. Un anziano abitante di Beslan, nonno di una delle giovani vittime, depone candele tra le macerie della palestra della Scuola 1 dov'è avvenuto il sanguinoso attacco dei guerriglieri ceceni. «Nello scontro a fuoco con le truppe speciali russe morirono 333 civili di cui 198 bambini, 738 furono i feriti e i mutilati. Questa foto venne scattata il giorno dopo la fine dei combattimenti, quando la stampa fu autorizzata a entrare nell'edificio dopo la bonifica degli ordigni inesplosi». © Livio Senigalliesi.

San Martin Jilotepeque, Chimaltenango, Guatemala, 2004. Esumazione delle vittime uccise dagli squadroni della morte durante gli anni Ottanta. L'apertura delle fosse comuni è stata voluta dal premio Nobel per la pace Rigoberta Menchù che mi aveva commissionato la documentazione di questo importante gesto di verità e giustizia per venti anni reclamato dalla popolazione indigena che aveva tanto sofferto ai tempi della dittatura militare. Si calcola che almeno 200.000 campesinos di etnia Maya siano stati uccisi e nascosti nel cimiteri clandestini. © Livio Senigalliesi. 3 / 6       San Martin Jilotepeque, Chimaltenango, Guatemala, 2004. Esumazione delle vittime uccise dagli squadroni della morte durante gli anni Ottanta. «L'apertura delle fosse comuni è stata voluta dal premio Nobel per la pace Rigoberta Menchù che mi aveva commissionato la documentazione di questo importante gesto di verità e giustizia per venti anni reclamato dalla popolazione indigena che aveva tanto sofferto ai tempi della dittatura militare. Si calcola che almeno 200.000 campesinos di etnia Maya siano stati uccisi e nascosti nel cimiteri clandestini». © Livio Senigalliesi.

Gety,Ituri, Congo, 2006. Guerrigliero congolese di etnia Hema. A causa di queste milizie armate la popolazione vive nella paura e il numero degli sfollati ha raggiunto le centomila unità. Violenze, malattie e denutrizione colpiscono i più vulnerabili, donne, vecchi e bambini. Questa sporca guerra alimentata dalla necessità di minerali preziosi utili alle multinazionali dell'elettronica ha causato almeno cinque milioni di vittime civili. La foto è stata scattata in una delle zone più remotedel nord del Congo, al confine con Sudane Uganda. © Livio Senigalliesi. 4 / 6       Gety,Ituri, Congo, 2006. Guerrigliero congolese di etnia Hema. «A causa di queste milizie armate la popolazione vive nella paura e il numero degli sfollati ha raggiunto le centomila unità. Violenze, malattie e denutrizione colpiscono i più vulnerabili, donne, vecchi e bambini. Questa sporca guerra alimentata dalla necessità di minerali preziosi utili alle multinazionali dell'elettronica ha causato almeno cinque milioni di vittime civili. La foto è stata scattata in una delle zone più remote del nord del Congo, al confine con Sudane Uganda». © Livio Senigalliesi.

Tyr, Sud Libano, 2006. Reparto rianimazione Ospedale Jabal Amel. Hussein Ali Kdouh, 17 anni, giace in fin di vita, vittima di una cluster bomb. L'ordigno l'ha colpito mentre cercava di rimuovere le macerie della casa distrutta dai raid aerei israeliani. Al suo capezzale la madre Mariam piange disperata e legge brani del Corano. La foto è stata scattata nei pressi della zona di confrontazione tra guerriglieri Hezbollah ed Esercito israeliano. Tra il luglio e l’agosto del 2006 trascorsi 45 giorni in prima linea. © Livio Senigalliesi. 5 / 6       Tyr, Sud Libano, 2006. Reparto rianimazione Ospedale Jabal Amel. «Hussein Ali Kdouh, 17 anni, giace in fin di vita, vittima di una cluster bomb. L'ordigno l'ha colpito mentre cercava di rimuovere le macerie della casa distrutta dai raid aerei israeliani. Al suo capezzale la madre Mariam piange disperata e legge brani del Corano. La foto è stata scattata nei pressi della zona di confrontazione tra guerriglieri Hezbollah ed Esercito israeliano. Tra il luglio e l’agosto del 2006 trascorsi 45 giorni in prima linea». © Livio Senigalliesi.

Nyamata, Ruanda, 2003. Epimaque Rwema (50), sopravvissuto al genocidio. Nyamata, 25 km a sud di Kigali, è uno dei luoghi simbolo del genocidio perpetrato dagli Hutu nella primavera del 1994. Nella chiesa di Nyamata furono massacrate diecimila civili inermi di etnia Tutzi. Nella foto Epimaque Rwema (50 anni), sopravvissuto al genocidio, ha perso tutti i famigliari. Sullo sfondo i teschi di alcune vittime raccolti nei sotterranei della chiesa. © Livio Senigalliesi. 6 / 6       Nyamata, Ruanda, 2003. Epimaque Rwema, sopravvissuto al genocidio. «Nyamata, 25 km a sud di Kigali, è uno dei luoghi simbolo del genocidio perpetrato dagli Hutu nella primavera del 1994. Nella chiesa di Nyamata furono massacrate diecimila civili inermi di etnia Tutzi. Nella foto Epimaque Rwema (50 anni), sopravvissuto al genocidio, ha perso tutti i famigliari. Sullo sfondo i teschi di alcune vittime raccolti nei sotterranei della chiesa». © Livio Senigalliesi.

Effetti collaterali

In mostra nell'ambito del Circuito OFF del Festival della Fotografia Etica, che si svolge annualmente a Lodi e giunto quest’anno alla sua settima edizione, i lavori di uno dei più impegnati fotogiornalisti italiani, Livio Senigalliesi.

Il titolo del progetto, Effetti collaterali, si riferisce appunto ai nefasti effetti sulla popolazione civile delle guerre, i cui strumenti odierni ‒ sempre più sofisticati e nello stesso tempo più pericolosi ‒ anziché salvaguardare gli inermi accentuano purtroppo i loro rischi. Senigalliesi sin dall’inizio degli anni Ottanta ha scelto la difficile strada del reportage impegnato, non solo su temi sociali generici, ma soprattutto spostandosi su molti fronti caldi del pianeta. Dalle guerre che hanno insanguinato molte regioni ‒ sia quelle a noi lontane sia quelle più vicine ‒ alle problematiche più recenti legate ai grandi esodi verso l’Europa dall’Africa e dal Medio Oriente, l’obiettivo di Livio ha cercato di svolgere la funzione primaria della fotografia: quella di testimoniare senza pregiudizi e, soprattutto, cercando di aprire il sipario su quegli aspetti che molta informazione globale tende a nascondere.

Dichiara l’autore a proposito di questa mostra: «Le fotografie a colori sono state scattate in Afghanistan, Kosovo, Caucaso, Cambogia, Congo, Palestina, Kashmir, Kurdistan, Libano, Ruanda, Bosnia, Uganda, Guatemala, mentre le immagini in bianco e nero sono tratte da un reportage molto drammatico realizzato in Vietnam a quaranta anni dalla fine della guerra. Toccano un argomento poco trattato: quello delle conseguenze di lungo periodo della guerra chimica».

Nelle fotografie di Senigalliesi è immediatamente percepibile il suo stare dentro le situazioni, viverle con passione, con quel senso di pietas che molto spesso latita nei reportage di molti fotografi, famosi e non, che fotografano gli eventi tragici come palcoscenico per dimostrare la loro abilità, alla ricerca affannata di premi e riconoscimenti. Livio è invece una persona, da questo punto di vista, onesta, erede della grande tradizione umanistica per cui il lavoro di un fotografo, o di qualunque operatore di comunicazione o di arte, deve soprattutto testimoniare, in particolare gli aspetti negativi del mondo, nella speranza, forse illusoria ma sempre necessaria, di poterlo cambiare in meglio. [ Pio Tarantini ]

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EFFETTI COLLATERALI
di Livio Senigalliesi
Ex Asilo Garibaldi, via Vistarini, 13 - Lodi
8 – 30 ottobre 2016
ingresso: libero

Fujifilm Italia.




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pubblicato in data 24-10-2016 in NOTIZIE / FPART

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