1 / 5       Dalla serie Pipeline. © Elena Perlino.
2 / 5       Dalla serie Pipeline. © Elena Perlino.
3 / 5       Durante la visita alla mostra Pipeline di Elena Perlino. © Stefania Biamonti/FPmag.
4 / 5       Durante la visita alla mostra Pipeline di Elena Perlino. © Stefania Biamonti/FPmag.
5 / 5       Durante la visita alla mostra Pipeline di Elena Perlino. © Stefania Biamonti/FPmag.

Pipeline

Entri nella sala e ad accoglierti è l’immagine di un décolleté femminile. La carnagione scura è incorniciata da una sottile collana con ciondolo e da una maglia dal motivo bianco e nero che, scomposta, cade da una spalla. Probabilmente è stata tirata giù apposta. Dalla pelle denudata emerge infatti una lunga cicatrice, spessa, che da sotto la clavicola si spinge quasi fino a metà seno. Un dettaglio eloquente. E i contorni di ciò che stai per vedere divengono subito chiari.
Il lavoro di Elena Perlino esposto nel Vecchio Ospedale parla infatti di violenza, abusi e soprusi. Di vite sfregiate da un debito, difficile da ripagare, e marchiate per sempre da una quotidianità meschina, imposta a più livelli, da cui è molto difficile affrancarsi.
Le protagoniste del racconto sono infatti le donne africane che, da Benin City, giungono a Torino, Genova, Roma, Napoli e Palermo per prostituirsi. Da lì proviene l’80% delle donne nigeriane vittime di tratta e costrette a vendere il proprio corpo sulle strade italiane. Da lì, da questa città dell'Edo State, enclave nel Sud della Nigeria, inizia per molte quel percorso migratorio, all’insegna dello sfruttamento, che la fotografa italiana ha seguito per quasi sette anni (dal 2006 al 2013).
Una realtà drammatica, di cui la Perlino ci mostra diversi aspetti e sfaccettature, tratteggiando i contorni di una situazione che appare subito chiaro essere più intricata e complessa di quanto le immagini non riescano a raccontare. Complici il testo introduttivo e le didascalie – tratte dal libro Le ragazze di Bebin City di Laura Maragnani e Isoke Aikpitanyi (Melampo Editore, Milano, 2012) – la narrazione diviene però subito intensa, compensando i silenzi e le omissioni visive e restituendo al progetto una forza comunicativa che, forse, con una didascalizzazione differente, e più giornalistica, non avrebbe avuto.
Tuttavia nel complesso il messaggio arriva. Il viaggio, la vita di strada, la sofferenza, i momenti privati, quelli di retroscena, e i centri di detenzione temporanea ripresi da Perlino vanno infatti a comporre lo sfondo su cui si innesta spesso il travagliato percorso d’affrancamento che queste donne, rapite o vendute, devono affrontare per liberarsi dallo sfruttamento a scopo sessuale. E mentre la narrazione in didascalia procede incalzante, ecco apparire le unità di strada, i centri d’accoglienza e i clienti stessi, che rivestono un doppio ruolo. Da un lato sono una risorsa per le nigeriane che decidono di intraprendere il difficile percorso di riscatto, dall’altra restano i primi carnefici, colpevoli con la loro richiesta di alimentare il consistente flusso migratorio. Un flusso continuo, che incanala con violenza donne giovani e meno giovani sulla rotta per l’Italia, facendo leva su famiglia, illusioni, speranze, necessità economiche e mancanza di alternative. Quasi un oleodotto, una redditizia conduttura aperta tra l’Africa e l’Italia… Pipeline, appunto. [ S. B. ]

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PIPELINE
di Elena Perlino
Vecchio Ospedale | fino al 27 settembre 2015
ingresso: 6,00 €

pubblicato in data 28-07-2015 in NOTIZIE / MOSTRE

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