
Fino a che punto l'accesso all'informazione che abbiamo per mezzo degli organi di stampa ha una corrispondenza con la realtà degli accadimenti? L'interrogativo connaturato con la natura stessa del giornalismo è forse senza risposta. Indipendentemente dai filtri ideologici che presiedono alle decisioni editoriali, il portato individuale di tutti gli elementi che costituiscono la catena di trasmissione dell'informazione contribuisce alla formazione della notizia che raggiunge l'utente finale. Il discorso diventa ancora più inquietante quando a suffragare le tesi esposte subentra l'immagine fotografica che, nonostante tutto, ancora viene portata a testimone dei fatti del mondo come strumento imparziale. Oggi come oggi molti di noi nutrono l'illusione, sapientemente indotta da chi gestisce l'informazione, di avere un accesso illimitato alle informazioni, ma quasi mai ci si interroga su quali siano i meccanismi che presiedono alla creazione di quelle informazioni che crediamo di raggiungere, ma dalle quali siamo in realtà raggiunti. Su tutto questo poi si stratifica un nemico terribile: lo stereotipo. Esempi eclatanti in questo senso sono le immagini utilizzate nelle campagne di raccolta fondi della maggior parte delle Onlus operanti nel mondo o le rappresentazioni dei conflitti, specie quando particolarmente prolungati nel tempo.
L'immagine che ormai da decenni ci viene offerta del Medio Oriente, e della Palestina in particolare, ci ha convinto che le cose siano solo come ci vengono mostrate di continuo. Le fotografie hanno costruito una... realtà parallela e monodimensionale, conformata all'esigenza di quell'esperienza di orrore a buon mercato che una stampa appiattita sul luogo comune propone ai propri lettori. A questo proposito è molto interessante il lavoro Photojournalism Behind the Scenes di Ruben Salvadori, che indaga sul dietro le quinte di immagini di rivolte che, di fatto, hanno tutt'altri contorni. Abituati come siamo ad accettare la proposta di una realtà univoca e, grazie alla lontananza dai fatti, tendenzialmente rassicurante nonostante le apparenze, non possiamo non stupirci quando ci viene mostrato anche altro, come nel caso della Siria fotografata da Ponomarev o più ancora della Palestina di Andrea & Magda.
Nella realtà di queste terre non esistono solo rivolta e oppressone nelle forme stereotipate a base di ragazzi che lanciano pietre o bottiglie molotov. In questi territori si è provato ad avviare anche un processo di trasformazione sociale ed economica sotto l'influenza di un liberalismo in emergenza sostenuto dalla comunità internazionale. In un paese che di fatto non esercita né il controllo dei propri confini né quello delle proprie risorse, il tentativo dell'allora Primo Ministro dell'Autorità Nazionale Palestinese Salam Fayyad di dare vita a un'economia liberale, sulla base delle indicazioni del Fondo Monetario Internazionale, ha avuto effetti che meritano attenzione da parte del mondo. Il sogno di uno stato palestinese degno di questo nome avrebbe dovuto passare attraverso una profonda revisione dell'economia locale. Il tentativo ha riscosso grande successo nell'élite palestinese e nella comunità internazionale, provocando immediate e visibili trasformazioni. Città come Betlemme, Ramallah o Nablus hanno visto sorgere i classici insediamenti del benessere economico occidentale: fast food, alberghi di lusso, centri commerciali, palestre, club di equitazione e naturalmente banche.
Nondimeno in tutto questo la Palestina rimane fortissimamente dipendente dagli aiuti provenienti dall'esterno. Rimangono però enormi dubbi sull'esito di questa operazione economico-sociale. E sono dubbi che, forse, dovrebbero essere estesi anche ben al di fuori della Palestina e del suo straordinario contesto.
E se il sogno palestinese riguardasse anche noi?
[ Sandro Iovine ]
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(*) - Vincitore del Premio Tabò nell'ambito di Fotoleggendo 2015.
(**) - David Levi Strauss,
Politica della fotografia, Postmediabooks, Milano, 2007; pag. 151.













Andrea & Magda - Sono una coppia di fotografi italo francesi, nati rispettivamente nel 1976 e nel 1986. Vivono e lavorano in Medio Oriente dal 2008 e il loro lavoro si concentra sugli effetti della globalizzazione nella società, nell'economia e nei territori del vicino oriente. Il loro progetto Palestinian Dream mostra le trasformazioni della Palestina che si modellano su un ideale di modernità e sull'illusione di uno sviluppo economico nonostante l'occupazione. ITA - Informativa sui cookie • Questo sito internet utilizza la tecnologia dei cookies. Cliccando su 'Personalizza/Customize' accedi alla personalizzazione e alla informativa completa sul nostro utilizzo dei cookies, cliccando su 'Rifiuta/Reject' acconsenti al solo utilizzo dei cookie tecnici, cliccando su 'Accetta/Accept' acconsenti all'utilizzo dei cookies sia tecnici che di profilazione (se presenti).
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