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iFeliciana Bernal tra gli scavi fatti dagli antropologi forensi a Xe’Xuxcap, Nebaj. Lei è alla ricerca dei resti di suo figlio di 1 anno, morto 30 anni fa.
© Daniele Volpe

Guatemala – Genocidio Ixil di daniele volpe

Processi ripetuti, esumazioni, commissioni speciali: la lunga battaglia del popolo Ixil per ottenere giustizia a trent’anni dalla fine della dittatura

A più di trent’anni dalla sua dittatura – durata quasi diciassette mesi (1982-1983) e coincidente con la fase più acuta della guerra civile guatemalteca, durata trentasei anni – José Efraín Ríos Montt è stato processato a Città del Guatemala per genocidio e crimini contro l’umanità. L’accusa sostiene che sia l’autore intellettuale di 1.771 morti e dell’evacuazione forzata di 29.000 persone Ixil. Ritenuto colpevole, è stato condannato a ottant’anni di reclusione, trasformandosi nel primo ex Capo di Stato perseguito e condannato per genocidio da un tribunale nazionale invece che internazionale. Giustizia sembrava fatta, e invece solo dieci giorni dopo questo verdetto storico, la Corte Costituzionale guatemalteca ha rovesciato la sentenza e imposto la ripetizione del processo. Ed è qui che inizia il reportage di Daniele Volpe intitolato Guatemala - Genocidio Ixil. Volpe ha infatti raccolto le testimonianze dei sopravvissuti, li ha fotografati durante le ricerche dei resti dei loro cari uccisi per mano dell’esercito negli anni della guerra civile, o deceduti per stenti nel tentativo di sfuggire loro. Il fotografo ha inoltre seguito e documentato alcune fasi del processo, nonché il lavoro delle squadre di antropologi forensi che stanno ancora lavorando all’esumazione dei moltissimi dispersi, ritrovati nei cimiteri clandestini e nelle fosse comuni. La Commissione di Verità, promossa dalle Nazioni Unite e ratificata con gli accordi di pace del 1996, ha infatti stimato che sono più di 200.000 le persone morte durante il conflitto, e oltre 40.000 quelle scomparse (più dell’80% delle vittime erano parte delle popolazioni indigene Maya). L’analisi forense cerca perciò, oltre a produrre prove utili al fine del processo, di chiudere il lutto dei sopravvissuti e di permettere loro di dare una degna sepoltura ai propri cari.
Nonostante le mille difficoltà, per i guatemaltechi questo processo rappresenta l’occasione di ricostruire un resoconto accurato delle grandi violazioni dei diritti umani perpetrati durante la guerra civile, e di rinforzare la giovane democrazia della Nazione. Il lungo percorso di un popolo per ottenere giustizia, di cui Daniele Volpe ci offre una vivida testimonianza.

iL’intera comunità di Xecol, Chajul, dà il benvenuto ai resti di uno dei loro membri, vittima della guerra civile.
© Daniele Volpe.

iEfraín Rios Montt dichiara al giudice durante il processo per genocidio in cui lui è il principale imputato.
© Daniele Volpe.

Daniele Volpe - sito webDaniele Volpe - Ha stabilito la sua residenza in Guatemala. Le sue immagini sono rivolte soprattutto a questioni relative ai diritti umani e al perseguimento della giustizia sociale in America Centrale. Si è diplomato in Storytelling e New Media, un corso annuale promosso dalla Fundacion Pedro Meyer e World Press Photo in Messico e, nel 2012, ha pubblicato Sotto lo Stesso Cielo, un libro fotografico in tre lingue (spagnolo-inglese-Italiano) incentrato sull’attività estrattiva di una miniera d’oro situata sugli altopiani occidentali del Guatemala e, soprattutto, sull’opposizione comunitaria al progetto minerario. Di recente è stato premiato al POY International e al POY latam, e compare tra i 24 finalisti del The Manuel Rivera-Ortiz Grant 2014. Ha vinto inoltre una borsa di studio con la quale ha partecipato al Foundry Photojournalism Workshop 2014, e il suo progetto Guatemala – Genocidio Ixil, tuttora in corso d’opera, è stato esposto al Lumix Festival for Young Photojournalism 2014 di Hannover (Germania). Il suo lavoro è stato pubblicato su diverse testate importanti, tra cui The Wall Street Journal, The Guardian, El Periodico, Il Reportage, Makeshift e 6mois.

sito web

The Road of Revolution di sandro maddalena

Piazza Maidan, gli scontri, la violenza, i fatti. Il racconto della rivoluzione ucraina di un giovane freelance italiano

«Non ci pensiamo quasi mai, ma buona parte di quello che vediamo sulle pagine dei giornali, sul web, spesso anche in televisione, o nei video che guardiamo a ritmo continuo tutti noi che cerchiamo informazioni, arriva da persone che sono partite a loro spese, che sono partite con un interesse, spesso con un entusiasmo anche sicuramente dettato dalla giovinezza, dalla curiosità e da una grande motivazione etica e morale. Per “raccontare il mondo”, però, non ci si può affidare ai lanci di agenzia o recuperare pezzi di notizie, bisogna andare sul posto e guardare, perché è questo il mestiere del fotografo e del giornalista» – dice Renata Ferri nel corso della serata intitolata Ucraina: la guerra dei freelancers, svoltasi sabato 25 ottobre nell’ambito del Festival della Fotografia Etica, e prosegue – «Tutto quello che noi fruiamo abbastanza inconsapevolmente viene da questi produttori di informazioni, sempre più spesso indipendenti, che producono contenuto. Per cui tutto quello che noi vediamo è un contenuto molto spontaneo, per nulla scontato.»
I produttori di contenuti di cui parla Renata Ferri sono i freelance, giornalisti e fotoreporter indipendenti come Sandro Maddalena, autore del lavoro intitolato The Road of Revolution e incentrato sui moti di piazza Maidan. Un lavoro potente – di cui abbiamo scelto lo scatto di apertura per la nostra copertina, consegnando all’autore stesso il compito di raccontarlo (cfr. Racconti di copertina) – che documenta gli scontri e il susseguirsi di eventi che, lo scorso febbraio, hanno portato alla caduta del presidente ucraino filorusso Viktor Yanukovich. Una sommossa diventata ben presto una vera e propria rivoluzione, che ha raggiunto il proprio culmine nelle giornate del 18 e 19 febbraio e che si è conclusa con la vittoria degli attivisti del movimento pro Maidan, nonostante l'elevato prezzo in vite umane pagato dai civili. La fine della rivoluzione ha però dato il via a un secondo conflitto, ben più sanguinoso, tuttora in corso nell’est del paese.
Dice Maddalena «Ho cercato di raccontare questo evento stando accanto a chi ha preso attivamente parte a questa rivoluzione: semplici cittadini che avevano lasciato il lavoro, studenti che avevano momentaneamente abbandonato i banchi universitari, per salire e rimanere sulle barricate, ultras organizzati in associazioni di estrema destra, preti che hanno deciso di celebrare messa in piazza piuttosto che in chiesa, portando la loro benedizione da una barricata all’altra.» – e conclude – «Nella parte conclusiva del lavoro ho preferito dare più spazio al lutto che ai festeggiamenti ed evidenziare come il processo di normalizzazione nel centro di Kiev sia ancora lontano dall’essere compiuto.»
Parole che dimostrano l'attenzione e la cura con cui l'autore ha svolto il proprio lavoro, tuttavia Maddalena non era certo l’unico freelance italiano impegnato a documentare ciò che stava avvenendo in quel paese improvvisamente balzato sulle prime pagine di tutti i giornali. Vuoi per l’estremo richiamo giornalistico della vicenda, vuoi per la vicinanza all’Italia, in Ucraina erano presenti moltissimi giovani reporter italiani. Giovani come Andrea Carrubba, che si è trovato a condividere con Maddalena parte del viaggio, tra cui una notte in trincea (cfr. articolo Una notte in trincea). O come Andrea "Andy" Rocchelli, co-fondatore del collettivo Cesura, che purtroppo ha pagato con la vita il suo impegno e la sua voglia di documentare le vicende ucraine. Lo hanno ricordato, in apertura della serata prima citata, Alessandro Sala e Luca Santese, suoi amici e compagni di lavoro, mostrando alcuni degli scatti da lui realizzati sul fronte e una breve anteprima del libro Russian Interiors, a cui stava lavorando insieme agli altri componenti del collettivo e di prossima pubblicazione grazie a una riuscita campagna di crowdfunding. Santese ha rilasciato a FPmag una breve video-dichiarazione, che trovate nel pannello posto sull'ultima foto di Maddalena. A tutti loro il nostro grazie.

iKiev, Grushevski.
Un ribelle brucia un copertone per ridurre la visuale dei tiratori scelti.
© Sandro Maddalena.

iKiev, Grushevski.
Esplosione durante gli scontri tra ribelli e polizia.
© Sandro Maddalena.

iKiev, Maidan.
Un attivista filo-Maidan osserva la piazza che brucia.
© Sandro Maddalena/AFP.
Il ricordo di Andrea "Andy" Rocchellli
di Luca Santese di Cesura

La tragica morte avvenuta a Donetsk lo scorso 25 maggio è stata ricordata da Alessandro Sala e Luca Santese colleghi di Ceura, ma soprattutto amici di una vita. Durante la serata condotta da Renata Ferri sul tema Ucraina – La guerra dei freelance, Sala e Santese hanno proiettato alcuni lavori di Andy Rocchelli e presentato il volume Russian Interios, realizzato grazie a una campagna di crowdfounding, che sarà pubblicato entro la fine dell'anno.

Sandro MaddalenaSandro Maddalena - È nato in provincia di Napoli il 12 febbraio 1984. Nel 2009 ha realizzato il suo primo reportage sul tema della raccolta dei rifiuti al Cairo, grazie al quale ha raggiunto le fasi finali del concorso italiano Premio Nazionale delle Arti (2010) e del concorso internazionale Click about it (2012). Nel 2010 si è laureato in Fotogiornalismo all’Accademia di Belle Arti di Napoli e, nel 2013, è stato il più giovane fotografo a partecipare a Colonia alla collettiva fotografica sugli ultimi cinquant’anni di fotografia sociale a Napoli, con un lavoro su un istituto psichiatrico. Nel 2014 è comparso tra i finalisti del concorso internazionale Freelens Award for Young Photojournalism ed è stato uno dei vincitori del concorso internazionale Pink Lady Food Photographer of the Year. Le sue fotografie sono state pubblicate su giornali e riviste nazionali ed internazionali. Attualmente sta lavorando a un progetto a lungo termine sulla crisi ucraina.

Krokodil Tears - Lacrime di coccodrillo di emanuele satolli

Un viaggio nei sobborghi di Ekaterinburg, città russa alle porte della Siberia, dove secondo le stime ufficiali i tossicodipendenti sono circa 40.000

In Russia – ma si potrebbero citare molti altri Paesi – il problema delle tossicodipendenze viene di norma trascurato e sottovalutato. Non esiste una vera e propria politica finalizzata a contrastare il fenomeno e, secondo associazioni e gruppi di ricerca specializzati, l’unica misura realmente in vigore è quella di punire i tossicodipendenti con il carcere. Tuttavia, una volta usciti di prigione le loro condizioni sono spesso peggiori di quanto non fossero prima e in città come Ekaterinburg, situata alle porte della Siberia, questo problema sta assumendo i contorni di una vera e propria emergenza. Ekaterinburg è la prima città russa in Asia e ha circa un milione e mezzo di abitanti. Circa l’80 per cento della popolazione di tutta la regione vive qui e, secondo i dati ufficiali, i tossicodipendenti sono circa 40.000. Nei sobborghi della città è diffusa soprattutto la Krokodil, una droga fatta in casa dagli effetti devastanti. Prodotta con sostanze chimiche altamente tossiche come iodio, acido cloridrico e fosforo rosso, questa sostanza ha come ingrediente principale la desomorfina, un oppiaceo che si ottiene attraverso la sintesi della codeina. La desmorfina danneggia gravemente il tessuto muscolare, le cellule del cervello e gli organi, riducendo l’aspettativa di vita di chi ne fa uso a circa tre anni. Tuttavia sono molti a Ekaterinburg a preferire la Krokodil all’eroina – sia per il prezzo più basso, sia perché la codeina è disponibile in qualsiasi farmacia – tanto che per cercare di arginare il fenomeno, nel giugno 2012 è stato introdotto il divieto di vendere la codeina senza prescrizione medica. Ciò ha portato a un forte calo nel numero dei consumatori, ma la sostanza è ancora facilmente reperibile sul mercato nero, e le conseguenze di questa diffusione, e della dipendenza da Krokodil, sono ben illustrate nel lavoro di Emanuele Satolli.

iAlexey, 30 anni, steso a letto subito dopo aver assunto una dose di Krokodil.
© Emanuele Satolli.

iAlexei, 33 anni, si inietta una dose di Krokodil. A causa della sua dipendenza da Krokodil, Alexei ha ferite e gonfiori ai piedi ed è costretto a camminare con un bastone.
© Emanuele Satolli.

iNatasha, 28 anni, subito dopo aver assunto la Krokodil si rilassa in un appartamento alla periferia di Ekaterinburg.
© Emanuele Satolli.

Emanuele Satolli - sito webEmanuele Satolli - Nato in Italia nel 1979, Emanuele Satolli ha iniziato la sua carriera come giornalista, dopo aver frequentato la Scuola di Giornalismo di Torino. Si è in seguito specializzato in fotogiornalismo focalizzando i suoi lavori soprattutto su questioni politiche e sociali. Con il lavoro Krokodil Tears - Lacrime di coccodrillo ha vinto il Kontinent Awards 2014 nella categoria Editoriale e Documentari. Il lavoro è stato anche selezionato al Lumix Festival 2014 di Hannover nelle categorie Foto e Multimedia. Attualmente vive a Roma.

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