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iI piantatori di monumenti. © Nicolò Quirico.

Racconti di copertina

La copertina del terzo numero di FPmag, incentrato ancora una volta sui rapporti tra immagine e paesaggio antropizzato, è stata affidata a Nicolò Quirico, che ci ha rilasciato una breve intervista in cui spiega l'intento dell'opera e il contesto in cui è stata realizzata

Un susseguirsi di parole si sovrappongono a un paesaggio fortemente antropizzato. In primo piano, due sculture dalle forme antropomorfe sembrano voler orientare lo sguardo verso ciò che si erge sullo sfondo. Un obelisco dalla punta dorata, un lampione sfarzoso, una moderna ruota panoramica a cui si uniscono, affastellati su piani molto ravvicinati, alcuni palazzi, due colonne, una cupola su cui sventola una bandiera europea e una torre, inconfondibile.
Il referente dell'immagine è ora chiaro, ma quell'intreccio di parole stampate che, così apposte sulla superficie inquadrata, ridisegnano i volumi e i motivi di ogni singolo elemento in essa contenuto, quasi fossero improbabili mattoni d'inchiostro, impongono di approcciare quest'opera in modo diverso rispetto a come si affronterebbe una semplice veduta di Parigi.
Dietro I piantatori di monumenti – questo il titolo dell'opera che, proprio per la sua capacità di disattendere un'apparente immediatezza di significato, abbiamo scelto per aprire la nostra terza uscita – c'è infatti un'operazione concettuale ben più sofisticata e complessa, in cui è la parola, il segno linguistico, con tutto il suo portato storico e simbolico a diventare particolarmente significativo nell'interpretazione dell'impianto figurativo.
Se è vero infatti che la lingua media tra la realtà e l’idea che abbiamo di essa, e la parola è il segno che convenzionalmente ci permette di veicolare tale mediazione, l'operazione iconica e simbolica messa in campo da Nicolò Quirico con questa immagine stratificata – e per estensione con l'intero progetto di cui questo collage è parte – potrebbe leggersi come un elaborato tentativo di suggerire una rilettura degli spazi urbani, e delle opere dell'ingegno umano che li popolano, da un punto di vista più strettamente culturale che, per certi versi, problematizza la percezione che di norma ne abbiamo.
Le nostre città sono infatti il frutto di saperi, visioni, conoscenze e capacità tramandati di generazione in generazione. Sono simbolicamente il risultato di idee di realtà trasmesse a parole nei libri e trasposte nella realtà attraverso azioni concrete che hanno portato (e continueranno a portare) all'edificazione di ogni loro più piccolo dettaglio. La loro identità architettonica non può dunque prescindere dal portato culturale del luogo in cui sono sorte. Perché ne è parte integrante, e fondante.

[ Stefania Biamonti ]