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iBrassaï, Les murs de Paris/Graffiti.
Dalla mostra Pour l'amour de Paris, in esposizione presso Palazzo Morando a Milano fino al 28 giugno 2015.

editoriale
Dai muri di Parigi a quelli di Belfast

«Le mur a toujours exercé sur moi una sorte de fascination. J'ai souvent préféré cette autre nature artificielle et urbaine, imprégnée d'humanité. infiniment riche en suggestion – signalées déjà par Léonard da Vinci – et ce langage éphémère qui y prend mystérieusement naissance». (1)
Così scriveva Gyula Halász, meglio noto come Brassaï, nel catalogo di un'esposizione all'ICA di Londra nel 1958. Nelle sue parole è espresso con lucida chiarezza un approccio di estremo interesse al paesaggio costruito dall'uomo. Dato per scontato che il tessuto urbano possa costituire la massima espressione dell'antropomorfizzazione del territorio, non ci si deve limitare, suggerisce implicitamente Brassaï, alle macro strutture. È necessario indagare anche le manifestazioni meno appariscenti, quali i linguaggi che si creano e si sviluppano sui muri. Si tratta infatti di segni che non devono essere sottovalutati.
Interessante a questo proposito, ancorché alquanto estremo, il caso studiato da Belinda Loftus alla fine degli anni Ottanta. (2) Analizzando il ruolo delle immagini nel conflitto che ha segnato il ventennio 1968-88 in Irlanda del Nord, Loftus non avrebbe individuato nelle opposte fazioni solo differenze inquadrabili nell'ambito dell'orientamento politico-religioso. La sua osservazione si è spinta fino a ipotizzare l'esistenza di differenti sguardi sul mondo caratterizzati da peculiari forme di espressione.
In questo senso, i riferimenti a Bernstein e ai concetti di codice linguistico ristretto ed elaborato sono fondamentali. Il primo è impiegato all'interno di relazioni che si fondano su un'identità condivisa. Prevede quindi una semplificazione del linguaggio che si esprime in massima concretezza con ampio impiego di segnali non verbali. La sua applicazione tende a generare un rafforzamento del senso di appartenenza identitaria al gruppo che ne fa uso, con conseguente compressione dello spazio deputato alle differenze individuali.
Al contrario, il codice linguistico elaborato si rivolge a interlocutori la cui attitudine all'ascolto non è affatto considerata scontata. Mira perciò a trasmettere messaggi espliciti, elaborando l'unicità dell'esperienza individuale.
Tornando alle tesi della Loftus, in esse verrebbe individuato una sorta di parallelo tra il codice ristretto (associato ai lealisti, il cui linguaggio visuale sarebbe risultato conciso, impersonale, privo di rappresentazioni o di esperienze individuali, nonché chiaramente mirato a rinforzare i legami sociali e politici preesistenti) e quello elaborato (attribuito ai nazionalisti, che farebbero invece impiego di simbologie attestanti una forte considerazione dell'individualità).

In pratica, l'analisi delle immagini sui murales avrebbe i lealisti impegnati in una comunicazione tutta stemmi, bandiere e simboli politici, mirata a confermare le idee di chi era già parte del gruppo. I nazionalisti, invece, avrebbero cercato di rivolgersi all'esterno della loro cerchia, mescolando iconografie dell'ideologia socialista con quella della mitologia cattolica e irlandese.
Lo studio del territorio e delle sue forme è dunque qualcosa che si sviluppa in forme di estrema complessità, ulteriormente intensificata laddove la componente antropologica diventa importante. Di fatto, l'osservazione del paesaggio sotto il profilo visuale passa attraverso i dati a due dimensioni (immagini, segni, rappresentazioni), ma anche attraverso quelli a tre dimensioni (ambienti, oggetti, tracce). Accanto a questi si devono però individuare altri due gruppi di dati visuali: quelli vissuti (luoghi e ambienti in cui si svolge la vita quotidiana) e infine quelli viventi (interazioni sociali, identità, corpo). (3)
E tutto questo chi ha voglia di vedere, e capacità di ascoltare i silenzi delle immagini, potrà già trovarlo nella geniale ricerca di Brassaï sui graffiti, sviluppata a cavallo tra la fine degli Venti e l'inizio degli anni Cinquanta.

[ Sandro Iovine ]

Pour l'amour de Paris di Brassaï, in mostra a Milano fino al 28 giugno. INFO.

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(1) - «Il muro ha sempre eserciato su di me una sorta di fascinazione. Spesso ho preferito quest'altra natura artificiale e urbana, piena di umanità, infinitamente ricca di suggestioni – già sottolineata da Leonardo da Vinci – e quel linguaggio effimero che misteriosamente vi prende vita». Citato in Brassaï, pour l'amor de Paris, Flammarion, Parigi, 2013; pag. 69.
(2) - cfr. Belinda Loftus, Northern Ireland 1968-1988: Enter an Art Historian in search of a useful Theory, in Picturing Power: Visual Depiction and Social Relations Sociological Review Monographs, No. 35, Routledge, Londra, 1988.
(3) - cfr. Michael Emmison e Philip Smith, Researching the Visual: Images, Objects, Contexts and Interactions in Social and Cultural Inquiry, Sage Publications, Londra, 2000.



iBrassaï, Les murs de Paris/Graffiti.
Dalla mostra Pour l'amour de Paris, in esposizione presso Palazzo Morando a Milano fino al 28 giugno 2015.

Due parole sul numero

Come anticipato, con questo numero (003) FPmag completa il capitolo [re]tracing topography.
Apriamo con i Palazzi di Parole di Nicolò Quirico, un sofisticato lavoro che prevede la stampa di immagini di paesaggio urbano su collage di pagine di libri d'epoca. Una sorta di metafora di come l'espressione del paesaggio antropizzato sia figlia della cultura che la esprime. Attraverso i muri, le parole e le stratificazioni visive entriamo quindi nella personalissima San Paolo di Marco Mario Zanin, che ha utilizzato l'immagine per fondersi con la città e afferrare quel senso sfuggente che permette di vivere davvero il territorio senza subirlo passivamente.
Il vagare per trovare e ritrovarsi è il passaggio logico che dal Brasile ci collega alla Milano di Fulvio Bortolozzo. La fotografia diventa atto performante in cui la fotocamera si interpone tra l'autore e gli stupori visivi non ricercati indotti dagli spostamenti del lavoro. Dalle passeggiate in cui la visione irrompe nel quotidiano, alla ricerca di una dimensione priva di altri pensieri, quella dell'Italia metafisica di George Tatge. Il collegamento è nell'opposta attitudine dei due autori. Il primo (Fulvio Bortolozzo) lascia che nei suoi giri la fotografia entri diventando atto che irrompe mentre si svolgono altre attività. Il secondo (Tatge) ha invece bisogno di uno spazio dedicato esclusivamente alla riflessione iconica, che si trasforma spesso in surreale metafora dell'intervento umano sul territorio. E sul filo della surrealtà arriviamo ai Sudari di Luigi Grassi, che non fotografa per appagare l'occhio, ma ci dimostra come l'influenza della parola, espressione di un pensiero meditato, possa essere potente nella costruzione di significato di un lavoro. La memoria di una sofferenza religiosa per noi occidentali è trasmessa in modo sottile e ci consegna a un'altra memoria.
Una memoria di immagini nate dal suono e dal cinema. Adriano Zanni ha ripercorso, prima con una ricerca sonora e poi con le immagini, i luoghi di Deserto Rosso, il celebre film di Michelangelo Antonioni. Ne ha restituito le suggestioni che vi invitiamo a vivere sinesteticamente utilizzando, durante la visione, il breve frammento della sua ricerca sonora che pubblichiamo. Consigliabile anche scaricare l'intero lavoro musicale e rivedere, o vedere, Deserto Rosso.
L'introduzione all'idea del rapporto tra tempo e spazio offerta dal lavoro di Zanni conduce direttamente a Sugimoto, che tanto ha indagato su questa idea e che ci propone, con le immagini dei diorami, una possibile e sofisticata lettura del paesaggio antropizzato.
Proseguendo sul sottotema del tempo si arriva alla rivoluzione di Palermo, dove il paesaggio antropizzato per eccellenza subisce una trasformazione temporanea che lo rende quasi irriconoscibile a causa dell'evento bellico.
Se nel numero precedente avevamo proposto il paesaggio di Marte, come esempio di antropizzazione prima dell'arrivo dell'uomo, in questo numero andiamo ancora oltre avventurandoci nel mondo dei videogiochi, dove la costruzione virtuale del paesaggio fa parte della dinamica ludica. Dal paesaggio immateriale a un concetto altrettanto impalpabile come quello del confine. Il confine tra Italia e Francia ne è un esempio. Le linee praticamente invisibili che separano una nazione dall'altra assolvono a ragioni amministrative, ma non sempre sono visibili all'occhio. E dare visibilità al confine è il risultato che si sono prefissi sia Luca Prestia sia Marco Monari, che ha percorso tutto il confine del comune in cui vive (San Bartolomeo in Galdo, in provincia di Benevento) in compagnia di un GPS.
E dai confini alle carte geografiche non c'è quasi soluzione di continuità. Laura Marcolini ha effettuato un'incursione negli archivi del Touring Club Italiano per condurci nel mondo delle perlustrazioni a due ruote del cofondatore del TCI.
Se la carta geografica è una sorta di assodato ritratto del territorio, quale ritratto può offrire la fotocamera al giorno d'oggi? Ce lo racconta l'esperienza di Dario Coletti, che ha condotto a Cagliari un interessante workshop di ricognizione del territorio di cui FPmag mostra i risultati.
Da una città di mare come il capoluogo sardo alle immagini ormai storiche di Pio Tarantini, che ci racconta delle case abusive di Cerano edificate con materiali di recupero negli anni Settanta, prima della costruzione della Centrale elettrica. Baracche variopinte in cui passare l'estate che non ci sono più, un filo che, sia pure per motivi diversi, collega Cerano a Cagliari, dove i variopinti casotti del Poetto sono scomparsi da tempo. Per concludere, FPmag cede la parola a Nicolò Quirico che ci spiega in prima persona la genesi dell'immagine che abbiamo scelto per la copertina.
In conclusione, una nota. All'inizio degli articoli troverete molti virgolettati che riprendono le parole di autori che ci sembravano adatti per accompagnare le immagini scelte. I più attenti noteranno che le tesi sostenute possono essere anche diametralmente opposte. Non si tratta di una scelta casuale. Chi avrà voglia di approfondire, seguendo le indicazioni bibliografiche, potrà confrontarsi con posizioni contrastanti. Riteniamo che possa essere un'occasione per alimentare il dibattito che ognuno di noi dovrebbe tenere vivo dentro di sé, non foss'altro per avere parametri e informazioni per trovare una propria posizione in merito.
Detto questo non rimane che augurarvi una buona lettura!