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i© Marco Maria Zanin.

«L'identità è una trappola in cui un numero sempre maggiore di topi deve dividersi l'esca originaria e che, osservata da vicino, forse è vuota da secoli. Più forte è l'identità, più è vincolante, più recalcitra di fronte all'espansione, all'interpretazione, al rinnovamento, alla contraddizione. L'identità diventa un faro, fisso, inflessibile: può cambiare la sua posizione il segnale che emette solo a prezzo di destabilizzare la navigazione»

Rem Koolhaas*

Camminavo come un flaneur per il centro di San Paolo con la mia Spectra, quando, proprio mentre scattavo, vidi con la coda dell’occhio un gruppo di tre ragazzi che si avvicinavano per rubarmi la macchina. Chiusi la Polaroid e mi allontanai di corsa, dimenticandomi che la pellicola non aveva fatto a tempo a uscire. Nello scatto successivo, di qualche ora dopo, la pellicola uscì con una curiosa doppia esposizione. Decisi di mantenere l’errore, di lavorarci sopra, e così nacque la serie delle Sampolaroid.
L’episodio del furto scampato è coerente sia con ciò che rappresenta la città di San Paolo, sia con la scelta di raccontarla attraverso le Polaroid.
San Paolo è la città più grande del Brasile, una metropoli di undici milioni di abitanti, caotica come tutte le grandi nuove città dei Paesi in via di sviluppo, dove l’incertezza e i contrasti governano la percezione, e in questo, oltre ai rischi e ai disagi, si aprono anche innumerevoli nuove possibilità. È la città delle sovrapposizioni, in cui la cultura nativa cozza con quella occidentale, i ricchi vivono accanto ai poveri, e moderni edifici di grandi banche o multinazionali vengono costruiti di fianco a edifici che crollano. Tutto agisce a un ritmo frenetico, incontrollato, senza alcuna visione a lungo termine, cosa che richiederebbe un tempo diverso, più lento, riflessivo, impossibile nell’esplosione urbanistica ed economica della metropoli brasiliana.
Eppure questo esprime una delle caratteristiche più tipiche dell’epoca contemporanea, fatta di fulminee trasformazioni, di energia che esplode attraverso le possibilità date dalle nuove tecnologie, di spazi urbani saturi che condensano individualità e culture differenti, con tutte le conseguenze devastanti per l’essere umano e per l’ambiente, ma anche con un gran numero di nuove possibilità da esplorare.
Ho scelto la Polaroid perché è il mezzo espressivo con il quale ho potuto cogliere meglio tutte queste caratteristiche, a partire dall’esperienza del quasi-furto, che ha creato una ripercussione nel mezzo fotografico capace di rappresentare in maniera efficace il tessuto sociale, culturale e urbano in cui si è generato.
È la forza espressiva della Polaroid, quasi un giocattolo, che prende un colpo, che assorbe un errore e crea un linguaggio, una poetica. Fotografia istantanea ed effimera come il tempo nella metropoli contemporanea, dove i contorni si perdono, e siamo esposti a una quantità tale di stimoli (nella fotografia istantanea la luce, la temperatura, l’umidità) che si sfocano, e virano le nostre stesse identità. Ho tradotto nelle doppie esposizioni i contrasti che si incontrano, le forme architettoniche e le forme umane che si fondono, nella visione di un grande cuore pulsante dove, anche se al limite della pazzia, si evolve e ci si trasforma.

[ Marco Maria Zanin ]

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(*) - Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, Macerata, 2006; pag. 28.

i© Marco Maria Zanin.

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i© Marco Maria Zanin.

i© Marco Maria Zanin. v DIETRO LO SCATTO
con Marco Maria Zanin

Marco Maria Zanin racconta a FPmag come è nato e si è sviluppato il lavoro Sampolaroid, offrendo un'interessante apertura sul suo modo di operare sul campo.

i© Marco Maria Zanin.

i© Marco Maria Zanin.

Marco Maria Zanin - Zanin nasce a Padova nell'ottobre del 1983. Umanista eclettico, si laurea prima in Lettere e Filosofia e poi in Relazioni Internazionali, ottenendo un Master in Psicologia. Sviluppa contemporaneamente l'attività artistica, e compie numerosi viaggi e soggiorni in diverse parti del mondo, mettendo in pratica quell'esercizio di dislocamento fondamentale per l'analisi critica dei contesti sociali, e per alimentare la sua ricerca tesa a individuare gli spazi comuni della comunità umana. Mito e archetipo come matrici sommerse dei comportamenti contemporanei sono il centro della sua indagine, che si snoda sull'osservazione della relazione tra l'uomo, il territorio e il tempo. Sceglie come strumento privilegiato la fotografia, che è spesso usata mescolando tecniche diverse e superando i confini di altre discipline artistiche, come l'installazione e la scultura. Vive e lavora tra Padova e San Paolo del Brasile.


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