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Ucraina: si va in prima linea

La guerra è un luogo. Un territorio dai confini incerti, permeabili, mobili, abitato da romantici idealisti o cinici disperati, uomini troppo generosi o troppo aridi, troppo intelligenti o troppo stupidi per sopportare le sfide e le frustrazioni della pace. Le tante guerre non dichiarate di quest'epoca sono patrie avide di nuove cittadinanze. Concedono asilo e passaporto a chiunque sia disposto a imbracciare un fucile e sposare una causa, e spesso le due cose coincidono: la causa è il fucile, e la voglia d'imbracciarlo. Il Pravy Sector è una formazione paramilitare nazionalista, spesso confusa con il battaglione Azov, del quale non condivide l'ideologia razzista e la liturgia nazifascista. A differenza del battaglione Azov, apre le porte a chiunque voglia combattere contro le forze separatiste, filorusse, nella regione del Donbass, una guerra che la diplomazia internazionale e le agenzie di stampa avevano già dato per finita, in omaggio alla solita fretta, tutta occidentale, di dichiarare concluse guerre che molti vogliono combattere ancora. Per sapere quello che succede davvero devi andarci. Trovare una squadra di ricognitori, o esploratori – quelli che al fronte vanno a ridosso delle linee nemiche per spiarne i movimenti –, individuarne le postazioni d'artiglieria, segnalare i campi minati. E sentire, ascoltare il silenzio interrotto dal boato dei calibri forti. È quando fa silenzio che ti sale il cuore in gola, s'appiattisce come un vecchio tappeto di lana sui rumori degli alberi e del vento, che i tuoi timpani non hanno più la capacità di registrare.
Ci siamo andati con Ivan, un capitano che prima d'essere capitano insegnava pianoforte – lui lo chiama forte piano – e i suoi uomini. Settimo battaglione Pravy Sektor. Tutti ucraini, tutti dell'ovest del paese quelli della sua squadra: l'altra è composta da austriaci che in questa guerra, che paga poco, sono venuti per non star fermi tra un ingaggio e l'altro, per far curriculum, perché un mercenario che sta fermo troppo tempo s'arrugginisce e non lo vuole più nessuno.
È simpatico, Ivan. Lui non abita la guerra: questa la vive perché questa è casa sua. L'ha imparata, però, sicché puoi muoverti quando lui si muove e correre quando lui corre, perché ha orecchie allenate e distingue i miagolii anche nei boati. Non è così facile arrivare al fronte, devi aver la mappa in testa ed è una mappa di ricordi, battaglie, case, famiglie che t'hanno offerto un'albicocca o un caffè e che ora chissà dove sono. Tranne Marika e suo marito. Loro sono rimasti. Ostinati come muli, accidenti, perché quella casa se la sono costruita con le loro mani e su quella terra hanno vissuto tutta la loro vita. La squadra di Ivan gli porta un po' di provviste, un po' di denaro quando ce n'è. A guardar fuori dai teli di plastica, che hanno sostituito il vetro alle finestre, oggi c'è anche il maestro del villaggio. Nel suo giardino è esploso un grad, una scheggia s'è portata via la tazza di té che teneva in mano. «Qui è tutto minato», dice. Fuori, grad e mortai da 120mm celebrano una tregua in cui nessuno ha mai creduto. [ Ugo Lucio Borga ]





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pubblicato in data 02-11-2015 in FuriarumAera

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