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iIl fotografo lituano Donatas mentre aspetta di imbarcarsi per Beauvais all'aeroporto di Kaunas (KUN), 2010. © Mindaugas Kavaliauskas.

mindaugas kavaliauskas

travel'air*

«Così adesso sto volando verso ovest, il pilota automatico a 0,83 mach o a 735 chilometri all'ora, velocità di crociera, e a questa velocità e latitudine il Sole sta immobile, bloccato sempre nello stesso punto. Il tempo si è fermato. Sto volando sopra le nuvole a un'altezza di crociera di 39.000 piedi sopra l'Oceano Pacifico. Volo verso il disastro, verso l'Australia, verso la fine della storia della mia vita. Volo in linea retta verso sud-ovest finché tutti e quattro i motori non prenderanno fuoco»**

Chuck Palahniuk

Entrare in un aeroporto è un po' come varcare la soglia di un bizzarro tempio. Nel momento stesso in cui i nostri piedi oltrepassano le porte d'accesso, ci stiamo già offrendo al rito che ci strapperà dal quotidiano. In quello stesso istante ha inizio una cerimonia, scandita azioni che si ripetono implacabili. Uguali in tutto il mondo. Un protocollo fatto di tempi sospesi.

Il viaggio non è solo spostarsi verso una destinazione. È anche, o forse soprattutto, l'interruzione del ritmo che regola la nostra vita. Quando entriamo in un aeroporto passiamo da uno spazio aperto a uno chiuso, funzionale fisicamente. Al suo interno subiremo le procedure di controllo e imbarco.
Nell'economia del viaggio, lo spazio aeroportuale, con esclusione delle piste, è sotto il profilo meramente strutturale e per quanto riguarda il passeggero un interno architettonico. Si tratta cioè di uno spazio chiuso, custodito. A differenza di tanti altri posti, però, non ci ispira (tanto meno in questo particolare frangente storico) un senso di riparo e protezione che si riferisce a quell'astratto principio di interiorità che viene al singolo dal suo portato mnemonico e culturale. All'interno di un aeroporto il tempo è rimodellato dalle procedure, dalle artificiali scansioni fornite dai tabelloni degli orari. Si perdono, in gran parte, quei riferimenti naturali cui siamo adusi grazie a quell'alternanza offerta dalla luce naturale e dagli eventi climatici. (1) Tutto ciò che è la normalità che ci accompagna da quando siamo nati rimane all'esterno.

Qui dentro, in questo spazio, non è così facile ritrovare elementi identitari, se non relativamente a quella categoria che definisce il concetto stesso di aeroporto. Lo stesso spazio relazionale appare codificato all'interno delle procedure di controllo. Il livello storico è pressoché inesistente, e quando se ne possono riscontrare delle tracce è artificioso e relegato al più a fenomeni di localizzazione spesso a carattere commerciale. Passiamo a pieno titolo in un posto cui applicare l'inflazionata definizione di Augé di non luogo. (2)

Una volta imbarcati sull'aeromobile, per quanto prolungato possa essere il nostro viaggio, lo schema non cambia troppo. Sì, forse abbiamo qualche apertura coatta sul fronte relazionale. Ma il viaggio continua a configurarsi come un'attività di transito in un ambiente scarsamente dotato di caratteri identitari, storici o relazionali. Passiamo da un non luogo a un altro finché non arriviamo a destinazione.

Come si pone in questo contesto il gesto fotografico? Di fatto, l'atto che permette il prelievo di una porzione di spazio delimitata dall'inquadratura, e determinata dalle scelte del fotografo, si potrebbe configurare come una sorta di contraltare del non luogo in cui si compie.

In esso confluisce infatti la volontà di porre in essere una qualche forma di rapporto relazionale con ciò che si ha di fronte. Ci si muove, cioè, all'interno del binario delineato da Merleau-Ponty quando distingue lo spazio geometrico da quello antropologico. (3) Lo scatto in sé fissa un tempo sospeso, gli conferisce una definizione, impedisce che svanisca all'interno della ritualità dei codici comportamentali che vigono in quel non luogo.

Nell'uso statisticamente maggioritario, alla fotografia è sempre stato delegato il compito di... congelare lo scorrere del tempo, fermarne una traccia a imperitura memoria di ciò che, già nel momento stesso dello scatto, andrebbe definito con un tempo al passato. In quella straniante condizione del transito, tanto la nostra percezione dello spazio quanto quella del tempo subiscono pesanti alterazioni. Lo scatto, invece, si fa carico di un'azione taumaturgica. Assume su di sé l'onere di riattivare il meccanismo cronologico inceppato. Nel momento in cui l'otturatore viene rilasciato riprendiamo coscienza del doppio scorrere delle dimensioni che ci circondano. In qualche modo ci riappropriamo degli spazi in cui stiamo transitando. Vediamo ridursi la condizione di non luogo in cui si svolge il nostro viaggio. La sentiamo diventare più abitabile.

[ Sandro Iovine ]

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(*) - Travel'Air è un lavoro fotografico intrapreso da Mindaugas Kavaliauskas durante i suoi numerosi spostamenti di lavoro in aereo in giro per il mondo. A partire dal 2005 ha iniziato a raccogliere immagini di quanto accadeva intorno a lui. Nel 2013 le immagini sono diventate il volume Travel'Air, edito da VšĮ „Šviesos raštas“. Il libro, stampato in una tiratura di 300 copie, può essere acquistato a questo indirizzo.
(**) - Chuck Palahniuk, Survivor, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2003; pag. 286.
(1) - cfr. Paolo Giardiello, iSpace, oltre i non luoghi, Lettera Ventidue Edizioni, Siracusa, 2011; pag. 21-27.
(2) - cfr. Marc Augé, Nonluoghi, introduzione a una antropologia della surmodernità, Eleuthera Editrice, Milano, 2005; pag. 73.
(3) - cfr. Maurice Merleau-Ponty, Phénoménologie de la perception II. Le monde perçu in Oeuvres, Gallimard, Paris, 2010; pag. 955-994.

iDa sinistra in alto in senso orario: Esposizione dei trofei dei controlli di sicurezza nell'aeroporto Skavsta di Stoccolma (NYO), 2005; Imbarco del volo per Bergamo al Vilnius airport (VNO), 2011; Imbarco mattutino a Frankfurt (FRA) per Parigi (CDG), 2005; Giornata piovosa all'aeroporto di Vilnius airport (VNO). 2012. © Mindaugas Kavaliauskas.

iLe luci di Bruxelles viste dal volo Bruxelles-Monaco, 2012. © Mindaugas Kavaliauskas.

iDa sinistra in alto in senso orario: Ragazze dell'Europa Centrale ammirano le montagne dell'Islanda durante il loro viaggio da Amsterdam a New York, 2010; Da qualche parte sul Canada Orientale, 2010; Drink e quotidiano in viaggio da Praga a Roma nel giorno delle elezioni, 2006; Shopping Tax-free all'aeroporto di Dubai (DXB), 2008. © Mindaugas Kavaliauskas.

iTerrazza estiva all'aeroporto Schiphol di Amsterdam (AMS), 2012. © Mindaugas Kavaliauskas.

iDa sinistra in alto in senso orario: Appena arrivato all'aeroporto Schiphol di Amsterdam (AMS), 2010; La hall di partenza dell'aeroporto di Porto (OPO), 2010; Nell'aeroporto di Zurich (ZRH), 2010; Arrivi all'aeroporto di Porto (OPO), 2009. © Mindaugas Kavaliauskas.

iAspettando l'arrivo appena fuori dall'aeroporto di Vilnius (VNO), 2011. © Mindaugas Kavaliauskas.

Daido MoriYama - © Mindaugas KavaliauskasMindaugas Kavaliauskas - Nato nel 1974 a Kaunas, in Lituania, dove vive e lavora, è fotografo, curatore ed editore di libri fotografici. Ha studiato Storia dell'Arte e Fotografia a Kaunas, Arles, Paris e Lausanne. Nel 2003 ha fondato la ONG "Šviesos raštas", un'organizzazione per la promozione dell'arte fotografica. Molti i festival e i contest internazionali a cui ha partecipato in veste di curatore o giurato, tra cui ricordiam l'European Central Bank Annual Photography Award (Frankfurt), Fotofest (Houston), PHotoEspaña (Madrid). Molti anche i riconoscimenti ottenuti come fotografo. Nel 2004 ha dato vita al Kaunas Photo Festival.

Foto: © Mindaugas Kavaliauskas


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