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i© Luca Broglia.

luca broglia

la stagione delle ombre*

«[...] The stars remained fixed
each with its crystal cable
beamed to earth
each attached to the immense plow
furrowing our lives»**

Lawrence Ferlinghetti***

La relazione tra il tempo e la morte è una delle portanti della speculazione filosofica occidentale, ma anche uno dei fattori che maggiormente influenzano la produzione e la fruizione di fotografie. Dietro all’ansia di fissare qualcosa in un’immagine c’è sempre stato, nell’uomo occidentale, il tentativo di arginare il tempo e con esso la sua conseguenza più temuta: la fine della vita. La fotografia, quando concerne la raffigurazione umana, tende a far credere ai suoi stessi soggetti che lo scivolare della sabbia nella clessidra possa essere arrestato, cristallizzato nell’immagine che congela l’istante. Che possa essere conservato inalterato quanto basta a sopravvivere al referente da cui ha origine, permettendone così il ricordo alle generazioni successive, qualora nutrano ambizioni di questo genere.

L’ immagine dell’innominabile, per dirla con Debray, non è, però, solo elusa dalla fotografia che appare blandamente lenitiva rispetto alle umane angosce sull’esistenza. In stadi più evoluti, rispetto al suo impiego vernacolare, questa vestale del terror mortis può giungere ad arrogarsi addirittura l’assunzione di un impegno generativo. Da vero e proprio specchio antropico, ruolo che è in grado di rivestire in numerose occasioni, l’immagine può permettere di raggiungere la contemplazione del non visibile attraverso il visibile.

«Sono vecchie case situate nella campagna dove sono nato e cresciuto – afferma Luca Broglia parlando del suo lavoro – rimaste disabitate nel corso di questi decenni in seguito alla scomparsa degli ultimi contadini che vi abitavano. Diventate ormai rovine difficilmente agibili, sono la testimonianza visiva di una realtà che sta scomparendo». Quelle al cospetto dell’obiettivo sarebbero dunque, senza l’intervento dell’autore, null’altro che tracce di antropizzazione del territorio. Segni peraltro destinati a scomparire in un volgere di tempo relativamente breve per la ripresa di possesso da parte della natura di spazi non più occupati dall’uomo.

L’intento generativo cui si alludeva poco fa consiste appunto nell’utilizzare la fotografia non solo come strumento della memoria, bensì come mezzo per rianimare luoghi che hanno ormai perso la loro funzione con la scomparsa dei proprietari. L’effetto del tempo si materializza non tanto nella banalità della decomposizione strutturale degli edifici, per altro quasi invisibili nelle immagini, bensì nell’effetto di accumulo delle luci che ridonano loro vita, fissando attimi di crepuscolo e fondendosi con i raggi di luce creati dall’autore: tempi differenti ricomposti, annichiliti dalla postproduzione in un simbolico, surreale, unico istante di una storia costruita e mai esistita, quantomeno come spontanea evoluzione del luogo.

Le case riprendono quindi vita, il loro abbandono infranto da figurine umane che si stagliano in controluce, come fossero davvero affaccendate a vivere in quel posto. Quella che offre la fotografia è l’illusione che ciò che è stato e non è più continui a esistere, passando dall'universo creativo dell'autore al mondo reale.

Lo scatto che normalmente proietta nel futuro il presente che sta per diventare passato, in questo caso parte da un presente che non esiste. Si àncora simbolicamente a un passato, recente sì, ma sospeso tra surrealtà e onirismo. Le classiche distinzioni sul tempo accettate dalla nostra cultura si dissolvono. Il passato, il presente, il momento stesso dello scatto diventano onde cerebrali, tessere di un universo riportato alla vita da un atto d’amore per i luoghi. Un gesto che fa risorgere tra ombre potenti ciò che è estinto, davanti a noi, spettatori di questa risurrezione, che in quel nero possiamo avvolgerci e proteggerci nella ricerca di uno spazio in cui sia la fantasia a dominare la visione.

[ Sandro Iovine ]

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(*) - Vincitore ex aequo della sezione Fotografia nell'ambito di AMA Festival 2015.
(**) - «[...] Le stelle rimanevano fisse
ognuna con il suo cavo di cristallo
irradiato sulla terra
ognuna attaccata ad un immenso aratro
che solcava le nostre vite».
(***) - Lawrence Ferlinghetti, Poesie, Newton & Compton Editori, Roma, 1996; pag. 400-401.

i© Luca Broglia.

i© Luca Broglia.

i© Luca Broglia.

i© Luca Broglia.

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i© Luca Broglia.

i© Luca Broglia.

Luca Broglia - Nato a Desenzano del Garda nel 1988, a venti anni si trasferisce a Padova per frequentare il Dams. In questi anni inizia ad appassionarsi alla fotografia e comincia a fotografare in analogico il proprio disagio di quel periodo. Dal 2011 frequenta l'Istituto Italiano di Fotografia di Milano, dove, attraverso una continua ricerca personale, dà alla luce immagini che, in qualche modo, sono sempre contaminate dalla musica, dal cinema, dalla pittura e dalla letteratura, ispirandosi alle mutazioni corporee del cinema di Cronenberg e all' inner space Ballardiano, ma anche alla metafisica di De Chirico, all'espressionismo tedesco, a Kafka, alle visioni di Borges e ai notturni di Chopin.


www.behance.net/lucabroglia

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