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Dal volume Les petites-filles de Salvatore di Erika Vancouver, ARP2 Editions, Bruxelles, 2016. Erika Vancouver. iDal volume Les petites-filles de Salvatore di Erika Vancouver, ARP2 Editions, Bruxelles, 2016. © Erika Vancouver.

erika vancouver

les petites-filles de Salvatore*

«Il a fallu quitter ma terre
Ma femme
Mes enfants
Mes parents
Mes amis avec un déchirement profond»**

Salvatore Gucciardo

8 agosto 1956. Esattamente sessanta anni fa. Bois di Cazier, Marcinelle, comune di Charleroi, provincia di Hainaut, regione della Vallonia, Belgio. Una nube di fumo si alza nel cielo e circonda la miniera annunciando al mondo che si sta consumando una delle maggiori stragi industriali della storia. Poco prima un colpo di martello. Il segnale che l'ascensore può risalire. Ma non era il via libera. Laggiù dei minatori stavano mettendo dentro un carrello. Una parte di quest'ultimo è ancora fuori e, mentre da sopra si cerca di far salire l'ascensore, sradica di tutto: condutture, cavi elettrici, il condotto dell'aria compressa. Scoppia un incendio. L'ascensore si blocca.
Errore umano sentenzieranno gli esperti. Un errore che non lascia scampo a chi, nelle viscere della terra, morirà lì. I corpi resteranno a quasi 1000 metri di profondità per due settimane prima di poter essere raggiunti dai soccorritori. Il conteggio dei cadaveri è impressionante: 262 uomini, di cui 136 italiani.

Ma perché tra le vittime di una sciagura in Belgio più della metà (poco meno del 53%) sono lavoratori italiani?
Al termine della Seconda Guerra Mondiale la popolazione belga, reduce dagli orrori del conflitto, tende a rifiutare il lavoro nelle miniere, tanto da mettere a rischio la prosecuzione dell'attività estrattiva. Il governo cerca allora una soluzione stringendo accordi internazionali. Nel giugno del 1946 viene stipulato con l'Italia un patto di scambio (forza lavoro contro carbone) che prevede il trasferimento di 50.000 lavoratori in Vallonia. Vengono garantiti alloggi e corsi di formazione. La realtà però è ben diversa. Gli alloggi sono spesso baracche costruite durante il conflitto mondiale e la popolazione locale non si può dire sia estranea a manifestazioni di razzismo.

Ciononostante, complice la situazione di un'Italia uscita letteralmente a pezzi dalla Seconda Guerra Mondiale, interi treni di emigranti partono alla volta del Belgio. Si calcola che nelle miniere arrivino anche mille lavoratori a settimana. Giovani che lasciano la loro terra e le loro famiglie con il miraggio di una vita migliore. La storia ci insegna però che, tra il 1946 e il 1955, oltre 500 operai italiani invece di una vita migliore troveranno la morte nelle miniere belghe.

La tragedia di Marcinelle produce comunque un duplice effetto. Da una parte segna la fine degli accordi sul carbone tra Italia e Belgio e, dall'altra, dà il via alla trasformazione dei rapporti tra la popolazione locale e gli immigrati italiani, che negli anni Settanta sono diventati la prima comunità straniera, arrivando a contare circa 300.000 individui integrati nella società belga.

Una ventina di anni dopo, precisamente nel 1991, con l'intento di «onorare l'immigrazione italiana» (operazione in sé lodevole, ma che probabilmente si poteva condurre seguendo criteri di altro spessore) viene indetto il primo concorso Miss Italia nel Mondo. Anche la comunità italiana in Belgio finisce per essere coinvolta in questo rigurgito identitario nazionàl-popolare. Dall'inizio della manifestazione si contano infatti ben 30 candidate provenienti da Bruxelles, Charleroi, Mons, La Louvrière e Liegi. Un filo che per quanto sottile e discutibile riannoda il legame con la terra dei nonni.

Declinare un profilo della comunità di origine italiana residente in Belgio significa oggi tenere presente anche queste tappe del suo processo evolutivo. Ma chi sono oggi i discendenti di quei giovani che sprofondavano ogni giorno nelle viscere della terra, dove «se passa la lampada, passa anche il minatore»? Come definiscono la loro identità? In che misura si sentono belgi? E in quale italiani? Al di là dell'eredità implicita nei cognomi, basta entrare nelle loro case per avvertire l'eco di un passato. Vecchie fotografie sbiadite edificano altari laici in un angolo. Da lì volti avvizziti di anziani italiani scrutano la loro progenie e mantengono vivo il ricordo di un sacrificio quotidiano, di famiglie spezzate, del dolore di donne sposate spesso per procura, di matrimoni sfumati in meno di un mese a mille metri di profondità.

La lingua, legame che unifica le genti, non è qui così forte. Nate e cresciute all'estero, le giovani generazioni forse nemmeno capiscono i nonni quando parlano. Del resto, tra gli anziani, parecchi si esprimono con una lingua in molti casi ostile perfino a chi in Italia ha continuato a vivere. Emigrati oltre mezzo secolo fa, alcuni di questi italiani – come dimostrano recenti interviste ai superstiti della tragedia – utilizzano ancora i dialetti diffusi nei rispettivi luoghi di provenienza a metà degli anni Cinquanta del Novecento. Quella trasmessa dalla lingua è dunque un'identità, che s'aggrappa a frammenti di memoria di un'Italia scomparsa. Un'identità in cui non è certo facile credere possano identificarsi le giovani generazioni nate e cresciute in Belgio.

In tutto ciò emerge comunque potente il ruolo tipico dell'immagine fotografica, che consiste nel preservare e trasmettere del ricordo. Un ruolo che si snoda su un duplice binario. Da un lato la memoria collettiva che si fonda su immagini come quella della nube di fumo che sale dalla miniera. Immagini depositarie del valore documentario di eventi significativi. Dall'altra, la tradizione iconica vernacolare cui si delega la cristallizzazione dei ricordi personali in forma di ritratti, che popolano le case unendosi ad altri oggetti della memoria, quasi fossero una sorta di Lares familiares contemporanei.

Alla tradizione della fotografia vernacolare si sovrappone poi lo sguardo attento dell'autore che raccoglie con sensibilità i segni, vere tracce museali, e li utilizza per indagare il senso identitario della comunità. La statuina del minatore, il cuscino con su stampata la foto di una coppia, ma anche i semplici riflessi creati dal vaso di fiori sul tavolo sono segni che ricostruiscono il senso della ricerca di un'identità che si costruisce, o meglio ricostruisce, giorno dopo giorno. Uno sguardo che, fissandosi su ricordi non vissuti in prima persona, in qualche modo li fa propri quando si sofferma su quella miniera, dove un tempo si scavava e si moriva, mentre oggi si fa turismo al seguito di una guida.
Nel crogiolo progettuale tutti questi elementi si fondono dando vita ad atmosfere palpabili che narrano di una valigia vicino a una sedia in stile anni Sessanta, raccontano di viaggi verso il Nord Europa, di vite sradicate e della ricerca di una nuova identità che passa anche attraverso il senso di casa e di integrazione che derivano dal possesso di una sedia alla moda per l'epoca. Ma l'identità è fatta anche di passato che in qualche modo si affaccia anche tra le fila di un concorso di bellezza, tenue cordone ombelicale con un'origine per molti figlia solo di una tradizione orale.

Tra le piastrelle celesti di uno spogliatoio della miniera, una cornice consumata pende ancora sul muro. Difficile dire se si tratti di un piccolo quadro consumato dal tempo o, molto più probabilmente, di uno specchio corroso. È un angolo in cui fermarsi per un attimo e riconoscersi. Ricordare, ieri come oggi, da dove si viene.

[ Sandro Iovine ]


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Les petites-filles de Salvatore di Erika Vancouver(*) Les petites-filles de Salvatore (Le nipoti di Salvatore) è un lavoro fotografico che FPmag ha selezionato ad Arles durante le letture portfolio del Voies Off 2016. Il progetto è in mostra fino al 4 dicembre 2016 presso il Musée de La Photographie di Charleroi in Belgio. Il progetto è accompagnato da un volume omonimo (Les petites-filles de Salvatore di Erika Vancouver, con una poesia di Salvatore Guicciardo, grafica di Dojodesign.eu, ARP2 Éditions, Bruxelles, 2016, 56 pagine formato 21,5x29cm, 41 fotografe in quadricromia, autocopertinato e inserito in una busta alla giapponese, tiratura 300 copie, prezzo 30,00 €) che può essere acquistato presso ARP2 Éditions.
(**) - «È stato necessario abbandonare la mia terra | La mia donna | I miei bambini | I miei genitori | I miei amici con un profondo dispiacere» da L'immigré di Salvatore Guicciardo in Les petites-filles de Salvatore, ARP2 Éditions, Bruxelles, 2016; pag. 10. La traduzione in italiano di Maria Teresa Epifani Furno (poetessa, saggista, critico letterario) è a pag. 17.

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[ RISORSE INTERNE ]
◉ [ FPtag ]
Voies Off 2016

Dal volume Les petites-filles de Salvatore di Erika Vancouver, ARP2 Editions, Bruxelles, 2016. Erika Vancouver. iDal volume Les petites-filles de Salvatore di Erika Vancouver, ARP2 Editions, Bruxelles, 2016. © Erika Vancouver.

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Erika VancouverErika Vancouver - Si è laureata nel 2009 con un Master in Fine Arts presso l'École de Recherche Graphique (Erg) a Bruxelles, dove vive e lavora. Il lavoro di Erika Vancouver affronta le tematiche dell'identità, dell'individualità e della comunità. Ha realizzato molti progetti a lungo termine sulla sua famiglia, sia in Belgio sia in Polonia, e diverse serie su una famiglia russa a Mosca e in Belgio, sui minatori italiani in pensione e sui loro discendenti in Belgio, nonché sugli zingari stanziali ad Arles.
Nel 2011 ha conseguito una residenza d'artista presso il Photographique Contretype Espace di Bruxelles (Belgio) e nel 2012 è stata scelta per far parte del The Other European Travellers Project. Nel 2014 ha partecipato alla mostra Brussels Unlimited presso la Centrale for Contemporary Art di Bruxelles. Nel 2015 ha esposto a L'Imagerie Lannion nell'ambito del 37º Festival Photographique dedicato alla visione della propria famiglia da parte del fotografo. Nel 2016 il suo progetto Natala, dedicato al ritorno al luogo di nascita della madre polacca, viene presentato all'interno di Boutographies a Montpellier (Francia). Alla fine dell'anno parteciperà alla 13ª edizione di Photaumnales a Beauvais, in Francia, con il progetto Maison détachée. Fino a dicembre 2016 il suo lavoro sui minatori italiani in pensione sarà inoltre in mostra presso Musée de la Photographie di Charleroi, accompagnato dal catalogo edito da ARP2 Éditions. Erika Vancouver è rappresentata nella collezione di Contretype a Bruxelles e nella collezione del Musée de la Photographie a Charleroi in Belgio.


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