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iUn dettaglio della mostra Sophie Calle. Pour la dernière et pour la première fois, Les Rencontres d’Arles, Chapelle Saint-Martin du Méjan, 2012.
Sophie Calle, Voir la mer, 2011 (14 film, colore, suono, fotografie). Direttore della fotografia: Caroline Champetier.
© Adagp, Paris, 2014. Courtesy Galerie Perrotin. Foto: Florian Kleinefenn.

«Catturare le idee e poi ridistribuirle come pezzo del proprio vissuto soggettivo: è il tratto costante e comune delle opere concettuali di Sophie Calle. Ossia fare del mondo, di ogni cosa del mondo, la propria autobiografia.»

Beppe Sebaste*

Osservare con curiosità le vite che scorrono parallele alla propria, far tesoro delle proprie esperienze ed emozioni, e di quelle altrui, per poi metterle in relazione con gli accadimenti della propria vita privata, rivelarne gli aspetti più autentici e profondi e tratteggiare così i contorni di una tragedia quotidiana che diviene universale, in quanto ciascuno può farla propria. È questo ciò che fa Sophie Calle fin dalla fine degli anni Settanta, spesso con metodi provocatori e controversi, mai banali, che in più di un’occasione hanno portato alla luce le tracce di ciò che può esser definito uno spiccato voyeurismo concettuale.
Nelle sue opere, l’artista parigina ricorre di frequente alla commistione di diversi linguaggi, come scrittura, fotografia e video, e alla creazione di installazioni in cui oggetti e materiali di vario tipo vengono assemblati e combinati in configurazioni precise, al limite del maniacale, al fine di creare narrazioni inedite. Predisporre insomma parole, immagini e oggetti secondo una sorta di organizzazione teatrale, priva di spettacolarizzazione, che passa attraverso un percorso di appropriazione e riconcettualizzazione della realtà e, allo stesso tempo, di elaborazione culturale e filosofica del proprio vissuto personale di donna e artista. Un lavoro complesso e altamente sofisticato, di cui la mostra attualmente esposta presso il Castello di Rivoli, curata da Beatrice Mertz, ne offre un ottimo esempio.
MAdRE è infatti un progetto appositamente ideato dall’artista per le sale auliche al secondo piano della Residenza Sabauda. Un progetto interamente site-specific che si articola attraverso l’incontro e lo scontro di due progetti che l’artista porta avanti da diversi anni: Rachel, Monique e Voir la mer.
Il primo è un palinsesto di opere che, nato dalla ripresa in video della morte di sua madre, si è evoluto nel tempo per accumulazione, cioè attraverso l’inserimento stratificato di elementi e ricordi che, nell’insieme, creano una sorta di diario a ritroso; il secondo, invece, è una video installazione in cui Calle cattura i sentimenti – felicità, sgomento, commozione – di alcuni cittadini di Istanbul nell’attimo in cui le si rivolgono dopo aver impiegato diversi minuti a contemplare una cosa che, per svariati motivi, non avevano mai visto pur facendo parte del loro scenario quotidiano: il mare.
Il confronto tra questi due progetti propone altrettanti percorsi, che si presentano contemporaneamente uniti e distinti, includendo opere incentrate su tematiche piuttosto ricorrenti nella poetica dell’artista (gli affetti, le emozioni, la vita intima, il distacco da una persona cara, il dolore, ecc.), pur gravitando attorno all’analogia madre-mare, come suggerisce il titolo stesso dell’esposizione. Un mare che, come riportato nel testo introduttivo alla mostra, «accoglie e accomuna, copre e investe un’immensità di sentimenti ed emozioni contrastanti».
Tuttavia Sophie Calle non si limita a mettere in scena sentimenti ed emozioni, riesce infatti a veicolare, tra le righe, anche le riflessioni che questi provocano. «Un’operazione squisitamente filosofica» – scrive Sebaste nel prosieguo del testo riportato in apertura – che nello specifico di questo progetto si concentra «sul cos’è che non vediamo, sul ruolo giocato dai legami e dai ricordi, sul paradosso della natura che accoglie, che crea e distrugge, sulla cecità che crea incoscienza e sulle assenze di visione determinate dagli aspetti definitivi di un distacco».

[ Stefania Biamonti ]

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(*) - Beppe Sebaste, Gli sguardi di Sophie, L'Unità, 27 gennaio 2004.

iSophie Calle, Voir la mer, 2011. (dettaglio).
14 film, colore, suono, fotografie. Direttore della fotografia: Caroline Champetier.
© Adagp, Paris, 2014. Courtesy Galerie Perrotin.

VOIR LA MER
(video installazione)

«A Istanbul, una città circondata dal mare, ho incontrato persone che non l’avevano mai visto. Io ho filmato la loro prima volta. Li ho portati sulla costa del Mar Nero. Sono venuti a bordo dell'acqua, separatamente, gli occhi bassi, chiusi, o mascherati. Ero dietro di loro. Ho chiesto loro di guardare verso il mare e poi tornare indietro verso di me per farmi vedere questi occhi che avevano appena visto il mare per la prima volta».
Sophie Calle

iUn dettaglio della mostra Sophie Calle. Pour la dernière et pour la première fois, Les Rencontres d’Arles, Chapelle Saint-Martin du Méjan, 2012.
Sophie Calle, Voir la mer, 2011 (14 film, colore, suono, fotografie). Direttore della fotografia: Caroline Champetier. © Adagp, Paris, 2014. Courtesy Galerie Perrotin. Foto: Florian Kleinefenn.

LA MOSTRA

Sophie Calle. MAdRE
a cura di Beatrice Merz
11 ottobre 2014 - 15 febbraio 2015

Castello di Rivoli
piazza Mafalda di Savoia - Rivoli (Torino)
www.castellodirivoli.org

Orario: da martedì a venerdì, ore 10,00-17,00; sabato e domenica, ore 10,00-19,00; 24 e 31 dicembre, ore 10,00-17,00. Chiuso il lunedì, il 1° gennaio, il 1° maggio e il 25 dicembre. Aperto il lunedì di Pasqua.
Ingresso: 6,50 €; ridotto: 4,50 €; gratuito per minori di 11 anni e disabili. Ingresso libero per i possessori di Abbonamento Musei e Torino Card.


Un dettaglio della mostra Sophie Calle. Pour la dernière et pour la première fois, Les Rencontres d’Arles, Chapelle Saint-Martin du Méjan, 2012.
Voir la mer, 2011 (14 film, colore, suono, fotografie).
Direttore della fotografia: Caroline Champetier.
© Adagp, Paris, 2014. Courtesy Galerie Perrotin.
Foto: Florian Kleinefenn.

iSophie Calle, Voir la mer (dettaglio), 2011.
© Adagp, Paris, 2014. Courtesy Galerie Perrotin.

MARE MATER
di Patrick Zackmann

L'accostamento delle parole madre e mare al fine di introdurre una narrazione che, partendo da un racconto autobiografico, si sviluppasse in direzioni altre, non è stato utilizzato solo da Sophie Calle.
Tra il 2011 e il 2013 il fotografo Patrick Zachmann ha infatti realizzato un film, intitolato Mare Mater, in cui il senso di precarietà che vivono i migranti del Mediterraneo affiora con forza attraverso i racconti di alcuni di loro, delle loro madri e della madre dello stesso autore, immigrata in Francia dall'Algeria in giovane età. Tutti i racconti si sviluppano sul filo della memoria, facendo emergere soprattutto il rapporto dei migranti con il mare che hanno dovuto attraversare e con la madre da cui si sono dovuti separare.
Il film è parte di un più ampio progetto omonimo che, in occasione di Fotografia Europea 2014, è entrato a far parte della mostra No Place Like Home.

La voce dell'autore (introduzione al video)
«Si tratta di un viaggio, un viaggio attraverso i ricordi e tra gli esuli.
Un viaggio che intreccia tutti i destini in cui mi sono imbattuto. Il destino degli emigranti che lasciano il loro paese a sud del Mar Mediterraneo per sfuggire alla disoccupazione, alla noia, alla mancanza di un futuro, e quello delle donne, delle madri che li lasciano andare via o che scoprono che se ne sono già andati.
Ed io, io parto alla ricerca delle origini di mia madre, quelle origini che ha voluto dimenticare».
Patrick Zackmann

iSophie Calle, Morte de bonne humeur / Autobiographies (I Died in a Good Mood) (dettaglio), 2013.
Digital print and text panel 50,5x50,5cm (image) 76,5x50,5cm (text) / 19 3/4 x 19 3/4 inches (image) / 30 1/8 x 19 3/4 inches (text). Photo: André Morin.
© 2014 Sophie Calle/Artists Rights Society (ARS), New York /ADAGP, Paris. Courtesy of Sophie Calle; Paula Cooper Gallery, New York, and Galerie Perrotin.

MORTE DI BUONUMORE

Estratti dai diari di mia madre:

28.12.1985.
È inutile sperare nella tenerezza dei miei figli, tra la calma indifferenza di Antoine e l’arroganza egoista di Sophie! La mia unica consolazione è che lei è talmente morbosa che verrà a trovarmi più spesso al cimitero che in rue Boulard.
29.05.1986. Non so più a chi ho detto ieri al telefono, parlando di me stessa: «Sono venuta dal niente e me ne sono andata nauseata da tutto!».
09.07.1986. Non ho ancora deciso se voglio essere cremata o seppellita. È strano, non riesco proprio a pensare che possa succedere a me!
28.04.1987. – Addio, Diario. Me ne vado a New York. Speriamo sia tutto fantastico! Se l’aereo cade, lascio un addio allegro alla vita!
10.11.1988. Mi abituo gradualmente alla depressione che, stizzita, mi abbandona a poco a poco.
06.06.1989. Abominevole
01.01.1990. «Non aver realizzato nulla, e morire sfiniti». (Cioran)
01.04.1991. No, non sono né depressa, né amareggiata, ma mi annoio terribilmente, non ho un obiettivo, un progetto, un’idea, «sento che non sono altro che una tomba in rovina, dove giacciono le mie virtù e le mie illusioni».
21.02.1995. Niente! Non faccio altro che cullare la mia tristezza.
11.12.1995. Vorrei che il Natale fosse già finito. Forse vorrei che lo fosse anche la mia vita.
10.12.1996. Mio caro Diario (forse l’ultimo), arrivederci. Non ti ho dato molto, ma tu hai fatto altrettanto…

C’era un solo quaderno senza date. Le pagine erano intatte, salvo qualche appunto su come usare il videoregistratore, e questa frase: «Sono morta di buon umore».
Sophie Calle


«In seguito venne chiamata Rachel, Monique, Szyndler, Calle, Pagliero, Gonthier, Sindler. Mia madre amava essere oggetto di discussione. La sua vita non compariva nel mio lavoro e questo la contrariava. Quando collocai la mia macchina fotografica ai piedi del suo letto di morte – volevo essere presente per udire le sue ultime parole ed ero intimorita che potesse morire in mia assenza – lei esclamò: "Finalmente!"»
Sophie Calle

Sophie Calle - Nata a Parigi il 9 ottobre 1953, Sophie Calle è oggi una delle protagoniste indiscusse della scena artistica mondiale. Fin dalla fine degli anni Settanta, lavora con metodi provocatori e controversi per affrontare il tema della tragedia quotidiana, rendendo spesso condiviso il proprio dolore personale con effetto insieme liberatorio e mnemonico. Di questo periodo sono i suoi primi Journaux intimes, tra le cui pagine si susseguono riflessioni, corredate da immagini, che mettono in stretta relazione le proprie emozioni con le fasi e gli accadimenti della sua vita personale. Nella sua opera vita e arte si confondono infatti continuamente, dando vita a una sorta di mise-en-place del proprio vissuto, e di quello altrui, attraverso oggetti, immagini, video, testi e installazioni. La prima opera che la inserisce nel mondo dell'arte è Les Dormeurs (1979), presentata nel 1980 all’XI Biennale de Paris. Manifestation International des jeunes artistes al Musée d'Art Moderne. Nel corso degli anni Ottanta realizza ed espone numerose opere sempre di forte impronta autobiografica e dalla spiccata attitudine voyeuristica, tra cui ricordiamo Suite vénitienne (1980), L'Hôtel (1981), La Filature (1981), Le Carnet d'Adresses (1983), Les Aveugles (1986), Les Tombes (1990) e Fantômes (1989-1991). Nei decenni successivi la sua attività artistica prosegue quindi intensamente tra Parigi e New York, con la produzione di opere come Gotham Handbook (1994), Le Régime chromatique (1997) e Des journées entières sous le signe du B, du C, du W (1998) e con varie collaborazioni, tra cui quella con lo scrittore americano Paul Auster pubblicata nel cofanetto Doubles-Jeux (1998). Nel 2007 viene incaricata di rappresentare la Francia nel Padiglione francese della 52ª Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia. Oggi vive tra lo studio di Malakoff (Parigi) e New York.