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iLuigi Ghirri fotografato da Franco Guerzoni davanti alla sua abitazione di via Mantegna a Modena, 1970.

Riflessioni a margine di una conferenza tra la fotografia di Ghirri, la poetica di Guerzoni e la filosofia di Galimberti, in equilibrio tra contemporaneità e antica Grecia

Il 29 ottobre 2014 si è tenuto in una sala della Triennale di Milano un incontro sul lavoro dell’artista Franco Guerzoni, di cui si è realizzata nella stessa sede la mostra Nessun luogo, da nessuna parte – Viaggi Randagi con Luigi Ghirri, e sull’omonimo libro edito da Skira, in cui si narra dell'amicizia e della collaborazione tra Franco Guerzoni e Luigi Ghirri negli anni della loro formazione, dei loro “viaggi randagi” nella campagna modenese a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Prendendo spunto da questo progetto è nato l’incontro Per un buon uso delle rovine, una conversazione tra lo stesso artista Guerzoni e il filosofo e psicanalista Umberto Galimberti.
Gli interventi si sono articolati su diversi piani di interpretazione, spesso sul piano di una colta leggerezza e ironia, soprattutto da parte di Guerzoni. Davide Ferri, curatore della mostra, ha condotto il dialogo facendo leva su alcune vecchie fotografie in bianconero realizzate da Ghirri in occasione del suo giovanile sodalizio con Guerzoni che, dimostrando buone doti di affabulatore, ha ricordato e ricreato esperienze, situazioni, ambienti e scenari di quel tempo passato. Un discorso dunque sulla memoria senza cadute nel rimpianto ma con la consapevolezza che quelle giovanili, a volte affannose e intricate sperimentazioni, sarebbero state una base importante per la maturazione, su strade diverse, dei due autori.
Gli interventi di Umberto Galimberti, colti e suggestivi, hanno innestato profonde riflessioni sul tempo, la memoria, il senso ultimo delle cose e della vita. Nell’epilogo dell’incontro, con gli ultimi interventi, il filosofo ha sollevato una serie importante di questioni rimaste purtroppo un po’ in sospeso, a causa della chiusura del dibattito per ragioni di tempo. Le sue affermazioni finali sono apparse troppo definitive e apodittiche, senza possibilità di dialogo con gli altri relatori o con qualcuno del pubblico presente in sala.
Le tesi del professore, di impronta nichilista, sul senso della vita, possono essere razionalmente condivisibili ma risultavano francamente un po’ in contraddizione con l’impianto dell’incontro e con lo stesso racconto esperienziale di Franco Guerzoni. È parso quasi che alcune sue affermazioni stonassero con la costruzione narrativa attorno all’opera Guerzoni-Ghirri: «[…] siamo soltanto funzionari della specie» afferma Galimberti.
Può darsi che questo risponda a una profonda verità filosoficamente accettabile nella nostra condizione attuale di capacità interpretativa dell’esistenza umana: ma se questo è vero – ma esiste il “vero”? – che senso hanno la storia, le nostre storie, i nostri sforzi, le nostre ricerche e così via…?
Forse il senso dell’esistenza va cercato nelle piccole cose, dentro di noi, in un continuo e appassionato dibattito tra una visione nichilista – «Tutto è niente», ma già i greci, come ha ricordato più volte Galimberti, avevano messo a fuoco questa questione e poi tanti altri pensatori e artisti fino alle parole magiche di Shakespeare in Macbeth – e una visione calata nella storia in cui le nostre piccole vicende acquistano senso e danno senso alla nostra esistenza. Che è poi uno dei compiti, forse il principale, degli artisti. Galimberti ha affermato, certo un po’ provocatoriamente, che dell’antica Grecia non restano che pietre diroccate: già, ma intanto nei suoi interventi ha citato più volte la cultura greca che, dopo più di 2500 anni, continua a essere un punto di riferimento inscindibile per la storia culturale dell’uomo «[…] cosa è rimasto di quella storia? Niente, solo pietre» afferma Galimberti, ma chiosa: «La storia vive nelle nostre narrazioni». Forse, se una posizione agnostica o laica ci spinge a dubitare o negare l’esistenza di un progetto “divino”, Dio, come qualcuno ha scritto, si nasconde nelle piccole cose: non il Dio tradizionale, consolatorio, delle religioni – aspetto tuttavia da non sottovalutare – ma l’umana necessità di dare senso alla vita. Ecco allora che ha senso ritrovarsi in un convegno in cui per quasi due ore i nostri sensi, le nostre intelligenze, sono affascinate da una storia: in questo caso dalla storia magmatica della costruzione di una esperienza artistica.
La mia lunga esperienza didattica e di riflessione sui problemi della fotografia, dell’arte e dei loro legami con il relativo mercato, la comunicazione, la società, mi spinge a pensare che forse in questo dibattito, per usare una metafora già usata da Guerzoni in uno dei suoi interventi, la conferenza, pur interessantissima, sia terminata con una sorta di coitus interruptus: i tempi della stessa non hanno consentito quel necessario approfondimento che le affermazioni di Galimberti meritavano.

[ Pio Tarantini ]

iFranco Guerzoni, Aia, 1970.
Foto di Luigi Ghirri.

iFranco Guerzoni, Riprese per archeologie, 1973.
Foto di Luigi Ghirri.

LE IMMAGINI DELL'INCONTRO

Per un buon uso delle rovine. Una conversazione con Umberto Galimberti e Franco Guerzoni
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Con un intervento di Massimo Vitta Zeiman. Modera Davide Ferri.

Triennale di Milano
29 ottobre 2014, ore 18,30


Il pubblico in ascolto durante l'incontro.
Foto: © Michele Tarantini.


Il tavolo dei relatori. Da sinistra: Davide Ferri, curatore della mostra Nessun luogo, da nessuna parte – Viaggi Randagi con Luigi Ghirri, Umberto Galimberti, Franco Guerzoni e Massimo Vitta Zeiman.
Foto: © Michele Tarantini.

Franco Guerzoni - Nato nel 1948 a Modena, Franco Guerzoni all'inizio degli anni settanta utilizza la fotografia come strumento di rappresentazione. Del 1972 sono i suoi Affreschi, del '73 le sue Archeologie seguite dalle Antropologie, ricerca legata agli aspetti della stratificazione culturale e all'idea di antico come perdita. Negli anni Ottanta è impegnato nella realizzazione di grandi carte parietali che indagano l'idea di una geografia immaginaria, Carte di viaggio, Grotteschi e La parete dimenticata, alla fine degli stessi anni lavora sulla superficie intesa come profondità. Presenta Decorazioni e rovine in una sala personale alla Biennale di Venezia del 1990. Da allora continua, attraverso grandi cicli di opere, la sua indagine sul tempo e sulla poetica della rovina, una sorta di archeologia senza restauro. Dal 2006, in seguito al disoccultamento di un corpo di lavori realizzati con l'uso del mezzo fotografico dall'autore negli anni settanta, presenta alla GAM di Torino Paesaggi in polvere, da allora alle sue ricerche si affianca una vera e propria attività di ricongiunzione o di trasferimento che va dal dipinto alla parete vera e propria, inseguendo il sogno che congiunge i tentativi precedenti rivolti alla creazione di una sorta di bassorilievo, costante in tutto il suo lavoro, verso un'idea di scultura lieve figlia della nuova attenzione al muro. Quindi la Parete dimenticata diviene la reale sede privilegiata del suo più attuale lavoro.